Prosocialità

La formazione degli operatori dell’emergenza

FIORELLA MONTEDURO
Psicologa -Psicoterapeuta
Presidente ISAC Pro

Negli ultimi anni la prosocialità ha visto l’interesse degli studiosi per le sue potenzialità come fattore preventivo e come trattamento dei problemi di aggressività e disabilità sociali nell’infanzia e nell’adolescenza. Sempre più spesso, però, chi da anni si occupa dello sviluppo del modello prosociale, ha avvertito fortemente l’esigenza di ampliare gli orizzonti sulla base della consapevolezza che la prosocialità è un potente strumento armonizzante le relazioni umane (Roche, 2002, Roche, 2005, Salfi e Monteduro, 2003, Monteduro, 2004). Così alcuni autori (Salfi e Monteduro, 2003-2004) hanno cominciato a parlare di “cultura” prosociale, nel senso di una visione che non può essere legata soltanto ad una specifica professionalità, ma estesa a molti ambiti dell’agire e della conoscenza: ambito sociale, psicologico, formativo, organizzazione aziendale ecc.. Vi è, quindi, uno spostamento dell’approccio prosociale da “strumento” “all’essere” prosociale di colui che agisce lo strumento stesso. Ciò è un aspetto importante, che risalta nella nostra esperienza operativa con il modello prosociale, ma che trova anche ampia conferma nella letteratura scientifica (Mussen e Eisenberg-Berg, 1985, Roche, 1995). L’efficacia del modello operativo viene esaltata e potenziata dall’averla scelta non solo come strumento professionale, ma prima ancora come “scelta di vita”. Questo effetto si può spiegare in base ai principi dell’apprendimento. La letteratura scientifica, ha da tempo riportato l’effetto dell’apprendimento da modello, in cui l’esposizione ad un modello favorisce l’adozione dello stesso da parte dell’osservatore ( Miller e Dollard, 1941, Bandura , Ross e Ross, 1963). Abbiamo, però, osservato che in buona parte dei programmi di abilità prosociali, soprattutto di autori americani o anglossassoni, ci sembra non sia stato dato adeguato spazio alla componente “personale” dell’operatore. Nel senso che un fattore di potenziamento dell’efficacia ed efficienza dei programmi di abilità prosociali è anche legato al possesso di abilità prosociali da parte dell’operatore, che si esplicita ovviamente nello stile d’interazione e relazionale. La ricerca scientifica ha, infatti, evidenziato, che nell’implementazione di un programma di prosocialità, con bambini della scuola primaria, mettendo a confronto due gruppi sperimentali, gli effetti di apprendimento erano potenziati quando l’insegnante era formato alla prosocialità e adottava un programma specifico (di abilità prosociali), rispetto al gruppo sperimentale in cui gli insegnanti pur essendo formati alla prosocialità, non adottavano programma specifico e comunque in entrambi i gruppi vi era l’apprendimento di abilità prosociali, che era nullo nel gruppo di controllo (in cui gli insegnanti non erano stati formati alla prosocialità e non implementavano alcun programma) (Salfi, Monteduro, German, 2004). Un altro fattore che in generale non sembra aver avuto adeguato rilievo negli studi del comportamento prosociale, né ha trovato esplicito inserimento nei programmi di abilitazione (prosociale), prima menzionati, è l’ottica del positivo o comunque l’attenzione alla modificazione dell’ottica di valutazione della realtà. Questo argomento sarà ampiamente trattato più oltre.
Sicuramente coloro che si occupano di emergenza, nella loro scelta professionale esprimono motivazioni legate ad importanti valori di riferimento come l’attenzione all’altro e l’altruismo. Per questo, ci appare una proposta quasi “naturale” la formazione prosociale degli operatori dell’emergenza, anche per diversi fattori: 1. La letteratura scientifica evidenzia come il solo possesso di forti valori di riferimento, non si è dimostrato sufficiente ad innescare un concreto comportamento in linea con i valori. Quindi, in situazioni particolarmente stressanti e “limite” è indispensabile, che la persona dell’operatore dell’emergenza possieda una serie di competenze, finalizzate ad esibire una condotta coerente con i valori di riferimento; 2. La prosocialità rappresenta uno strumento per la promozione dei valori dei valori umani universali: accoglienza, riconoscimento della ricchezza della diversità, pace, benessere psicologico, unità, socialità, comunicazione di qualità, empatia. Questo aspetto appare strettamente legato al discorso dell’intercultura (Salfi e Monteduro, 2003). In tal senso il modello prosociale favorisce la coesione, riferendosi a comportamenti e valori << che travalicano ogni possibile tentativo di etichettamento o di appartenenza culturale e/o religiosa>> (Salfi, Monteduro, 2003, p. 62 ).


Inquadriamo brevemente la prosocialità

Alcune coordinate d’inquadramento teorico per orientarsi e comprendere meglio il modello prosociale. Gli studi sul comportamento prosociale sono abbastanza recenti. Intorno agli anni settanta compaiono i primi studi scientificamente degni di nota in America. L’interesse per il comportamento prosociale è nato tra gli studiosi americani, proprio in relazione ad una particolare epoca storica (fine anni ’60), in cui vi era un aumento della consapevolezza relativa alle ingiustizie subite dalle minoranze etniche, dalle donne e dagli omosessuali, nonché l’impatto forte sulla società americana determinato dalla partecipazione alla guerra del Vietnam (Mussen e Eisenberg-Berg, 1985). Quindi, un evento che può essere collocato a pieno titolo negli interventi della psicologia dell’emergenza. In questo contesto i comportamentisti americani avvertirono l’esigenza di studiare come i comportamenti umani potevano essere migliori. In particolare, vi fu un avvenimento che diede una spinta determinante allo studio dei comportamenti di aiuto e generò una maggiore attenzione ai valori umani. <<Una sera del marzo 1964, una giovane donna chiamata Kitty Genovese fu fatalmente pugnalata nell’area di parcheggio vicino al suo appartamento a Queens, New York. C’erano trentotto testimoni che udirono i suoi strilli e la videro morire assassinata, ma nessuno chiamò la polizia, finchè la donna non fu morta. Un esteso ed eccellente servizio d’informazione della stampa fece sì che molti si rendessero conto di quanto la gente possa essere indifferente o poco interessata agli altri. Questo, a sua volta spinse alcuni illustri psicologi sociali ad iniziare ricerche ed a formulare teorie sul perché la gente aiuta, o si astiene dall’aiutare chi è pericolo>> (Mussen e Eisenberg-Berg, 1985, p. 21). Nel tempo si sono succedute diverse definizioni di comportamento prosociale , che hanno sempre più spostato l’ottica dal senso di “sacrificio” insito e connaturato in chi agiva l’azione prosociale, come esclusivo beneficio del recettore (cioè del beneficiario) dell’azione, a concettualizzazione più evolute e funzionali. Negli ultimi anni, infatti, l’attenzione è stata rivolta anche ai benefici effetti su colui che agisce prosocialmente. A nostro parere, questa evoluzione ha in un certo senso visto lo sganciamento teorico definitivo della prosocialità da concettualizzazione connotate da misticismo o religiosità o più semplicemente vicine ad orientamenti di tipo cristiano, in cui il senso del “sacrificio personale” sembrava prevalere su altri aspetti. Una definizione che ci sembra presentare la complessità del comportamento prosociale è quella elaborata da Roche (1995), uno tra i maggiori ed attenti studiosi europei del comportamento prosociale. Egli, infatti, sostiene che si possono dire prosociali: << […] quei comportamenti che, senza la ricerca di ricompense esterne, favoriscano altre persone, gruppi o fini sociali e aumentano la probabilità di generare una reciprocità positiva, di qualità, solidale nelle relazioni interpersonali o sociali conseguenti, salvaguardando l’identità, la creatività e le iniziative degli individui o gruppi implicati, sia che essi offrano o ricevano aiuto>>. Qui troviamo tutta la complessità dell’azione prosociale e si analizzano più elementi:
a. Viene rilevata la necessità di autonomia di colui che mette in atto l’azione prosociale, che assume due significati: assunzione di responsabilità e del rischio potenziale che può essere conseguente all’azione, ma ha anche il significato di vagliare, prima di tutto, i bisogni di chi è in difficoltà, pianificando l’azione di aiuto, sostegno o altro. Quindi, la capacità di emettere un’azione che ne valuta l’impatto e le necessità con gli occhi dell’altro, non rispondendo all’estemporaneità delle nostre disponibilità o capacità del momento. In termini pratici dovremmo porci delle domande del tipo: di cosa ha bisogno?; ho le capacità e strumenti per rispondere a quel bisogno?; devo coinvolgere qualcun altro?; è effettivamente un bisogno che sta esprimendo e di che tipo?; che impatto avrà la mia azione su di lei/lui?; sarà efficace la mia azione a raggiungere gli obiettivi di aiuto?. In situazioni di “emergenza”, in cui l’immediatezza dell’azione è fondamentale è probabile che alcune fasi della valutazione possano saltare, ma è importante focalizzarsi sulla scelta dello strumento più funzionale per dare aiuto alla persona in difficoltà. Proviamo a fare degli esempi: una vecchietta, che sembra voglia attraversare una strada molto trafficata e le auto sembrano non accennare a rallentare, il boyscout vede la vecchietta e con grande slancio di generosità, le offre il suo aiuto, prendendole il braccio per accompagnarla dall’altra parte della strada. Improvvisamente, però, con sgomento del boyscout la vecchietta comincia ad infierire su lui con la sua borsetta. Ovviamente, il tono dell’esempio fa sorridere, ma evidenzia una situazione frequente in chi, pur mosso da buone intenzioni, non valuta adeguatamente il bisogno di colui che appare in difficoltà o anche gli strumenti con cui offrire l’aiuto. L’importanza di questo aspetto risalta soprattutto in relazione all’emittente (colui che offre il suo aiuto) dell’azione di aiuto e sostegno in situazioni culturali diverse dalla nostra . Altra situazione ad esempio può essere la capacità di comprendere quando aiuto e sostegno è stare in silenzio, accogliendo empaticamente il disagio o il dolore dell’altro o condividere con lui/lei il silenzio, senza essere colti dall’ansia del fare o dalla difficoltà di tollerare il silenzio;
b. Roche nella sua definizione usa l’espressione aumento della << reciprocità positiva >>. In questo senso abbiamo il chiaro riferimento all’osservazione che l’azione prosociale di fatto aumenta la probabilità che gli altri emettano lo stesso tipo di risposta. Apparentemente questo potrebbe sembrare in contraddizione con la definizione stessa di prosocialità, in cui vi deve essere l’assenza assoluta della ricerca di ricompensa esterna. Qui si inserisce il complesso discorso delle motivazioni del comportamento prosociale su cui da anni si fa ricerca, con risultati spesso controversi. Però, a guardare la realtà degli effetti sui due attori dell’azione prosociale, emittente e ricevente, ci appare innegabile l’effetto del rinforzo (Salfi, Monteduro, 2003). In effetti, è osservazione frequente l’aumento della probabilità di risposta ugualmente positiva e prosociale da parte degli altri in un processo di feedback. Sarebbe difficile, quindi, spiegare sia questi effetti sia il mantenimento nel tempo del comportamento prosociale da parte di colui che agisce, riferendosi esclusivamente al senso di “sacrifico” insito nell’azione prosociale, così come era concettualizzato nelle prime teorizzazioni. Quindi, a nostro parere, appare più preciso aggiungere nella definizione di Roche: << […] senza la ricerca consapevole di ricompense esterne. Consapevole, nel senso che, pur escludendo la ricerca di una ricompensa esterna, l’azione prosociale è da noi definita come intrinsecamente rinforzante. A sostegno della presenza di un rinforzo intrinseco, alla base dell’azione prosociale, ci sono anche delle interessanti ricerche […]>> (Salfi e Monteduro, 2003, p. 61). Quest’ultimo aspetto, però, lo tratteremo più ampiamente nel prossimo paragrafo.

Le abilità prosociali come fattori protettivi della salute mentale

Sono diversi i fattori che a vari livelli qualificano le abilità prosociali come fattori protettivi della salute mentale. La loro espressione massima, in tal senso, si evidenzia proprio nelle situazioni limite.
Analizzando il vissuto di coloro che si sono confrontati con esperienze traumatiche, come guerre, campi di sterminio , catastrofi naturali o determinate dall’uomo, troviamo come uno tra i fattori rilevanti che hanno garantito l’equilibrio psicologico, l’essersi occupato degli altri o potremo dire, usando il “nostro” linguaggio avere emesso delle azioni prosociali. Il comportamento prosociale implica, di fatti, un necessario “spostamento” dell’ottica dall’io, autocentrato, al tu e nel massimo della sua espressione al “noi”, come elementi di arricchimento e potenziamento dell’essere “io” e “tu”, qui ed ora. E’ noto che le persone che soffrono di qualche forma di disagio psicologico tendono ad essere centrate su sé stesse, i loro pensieri disfunzionali e sul loro malessere, sentendosi spesso poco disponibili per gli altri, come “mancanti” delle energie necessarie per investire su qualcun altro, che non sia il loro malessere. Altro aspetto che riteniamo fondamentale sono le abilità personali, indispensabili che devono essere possedute dalla persona prosociale: buona autostima, affermatività, basso livello di ansia. << Un buon livello di autostima appare correlato positivamente con la manifestazione di azioni prosociali, in quanto la persona che agisce non avrebbe necessità di gratificazioni, né di conferme costanti dall’esterno, al contrario di quanto avviene per i soggetti con bassa autostima >> (Salfi e Monteduro, 2003-2004, p. 58). Così come il comportamento di tipo affermativo è rilevante, in quanto, la persona prosociale deve essere in grado di scegliere l’assunzione del rischio dell’azione, agendo consapevolmente e senza l’aspettativa di riconoscimenti esterni. Al contrario, la persona che esprime un comportamento di tipo passivo, tende, spesso, a presentare alla base dell’azione in favore dell’altro, una motivazione legata all’incapacità di dare altre risposte alternative. La sensazione riferita, in queste situazioni è di una rinuncia e/o un comportamento “forzato” o una sorta di subdola costrizione, che induce frequentemente, come effetto secondario dello stile comportamentale passivo, a quella che viene definita “rabbia imbottigliata”. Questa modalità interattiva, se protratta nel tempo crea terreno fertile per i disturbi psicosomatici: coliti, cefalea tensiva, ipertensione, disturbi cardiocircolatori. Sugli effetti benefici delle azioni prosociali << ci sono delle interessanti ricerche (in De Beni, 1998) che hanno osservato un aumento delle emozioni di distensione, calma, euforia in coloro che si occupano di volontariato, quindi, che si dedicano agli altri. Queste emozioni risultano poi correlate con l’aumento delle endorfine che, com’è noto, sono dei neuromediatori, con la funzione di analgesici naturali, che inducono a loro volta a livello neurofisiologico e muscolare stati di benessere e distensione , con ovvi effetti positivi sia sulla salute sia sulla psiche.>> (Salfi e Monteduro, 2003, p. 61). I risultati degli studi circa gli effetti dell’agire prosocialmente sugli emittenti (cioè su coloro che agiscono) (Roche, 2000, Roche et al. 2002, Salfi e Monteduro, 2003-2004) evidenziano: un aumento della sensazione di benessere; della creatività nelle azioni; senso di soddisfazione per l’agire con maggiore coerenza rispetto ai valori di riferimento; aumento dell’autostima e della capacità di autocontrollo; senso di maggiore “self-efficacy”; sensazione che la vita abbia maggiore e più elevato senso e significato; aumento delle abilità di relazionarsi positivamente ed efficacemente. Sicuramente, l‘operatore “dell’emergenza” è sottoposto ad alti livelli di stress ed è ben nota l’espressione massima di questo aspetto: il burnout. << La formazione alla prosocialità, quindi, presenta il vantaggio di offrire uno strumento per aumentare la qualità delle relazioni interpersonali, le abilità di lavoro in team e di collaborazione, ma anche quello di fungere da fattore “protettivo” e di prevenzione della salute mentale>> ( Monteduro, 1998, p. 15, Salfi e Monteduro, 2003-2004, p. 63).


Lo stress: transazione individuo e ambiente

Accanto alle concettualizzazioni del precedente paragrafo, viste le caratteristiche del lavoro dell’emergenza, ci sembra rilevante accennare brevemente al concetto di “stress”. La reazione di stress è una complessa “transazione” tra l’individuo e l’ambiente (Meichenbaum,1985). La psicologia cognitiva ha da tempo evidenziato come in realtà non vi siano degli stressors definiti ed uguali per tutti, in quanto persone diverse avranno reazioni differenti dinanzi allo stesso evento stressante. Per fare un esempio: due donne si trovano da sole di notte nelle loro case. Stanno dormendo, all’improvviso un forte rumore le sveglia. La prima donna pensa: <<Oddio! I ladri>>, la seconda pensa: <<sarà la finestra che sbatte>>. E’ ovvio, che le loro reazioni emotive e comportamentali saranno differenti.
Di fatti, vi sono alcune persone che tendono ad percepire le richieste ambientali come minaccianti, mentre altri le avvertono come sollecitazioni ed in questo i fattori di personalità, hanno un ruolo importante (Lazarus R., 1982). Gli studiosi della psicologia cognitiva ritengono che gli eventi cognitivi come i pensieri e le immagini, definiti “pensieri automatici” (Beck, 1976 ), avvengono al di fuori della nostra consapevolezza e generano, mantengono ed alimentano la reazione di stress. Questi eventi cognitivi che si presentano come quel parlare “tra e me” e sono una forma di dialogo interiore che si verifica in maniera automatica, così come il pensiero che accompagna un’abilità motoria, quale il guidare un’auto. Proviamo ricordare le nostre prime esperienze di guida, quel parlare tra me e me era sicuramente incentrato su come far muovere l’auto: “bene, ora spingo il pedale della frizione, poi metto la prima… devo essere attento a sollevare pan piano il pedale….” e cosi via..
Nella valutazione delle situazioni, entra in gioco anche un altro processo cognitivo, definito “filtraggio” percettivo, per cui le persone tendono a selezionare e cercare informazioni che possano confermare le proprie credenze.
In tal modo, può accadere per esempio che coloro (Kelley H., Stahelsky A., 1970), che considerano gli altri molto competitivi, di conseguenza si comportino in modo competitivo verso di loro. Per lo stesso meccanismo <<gli individui stressati spesso generano negli altri delle risposte che confermano le loro credenze disadattive>> (Meichenbaum D., 1985, p. 8).

L’ottica prosociale: incrementare il positivo


Negli ultimi anni alcuni studiosi americani (Beck, Ellis, Seligman, Fredrickson, Fava e Ruini) hanno concentrato la loro attenzione sulle emozioni positive. In particolare, Seligman, noto psicologo americano, ritiene un limite della psicologia, l’essersi occupata esclusivamente degli aspetti curativi, quindi, della “malattia”e del “danno”, quando questi erano ormai conclamati. Lo stesso Seligman (2002), si dichiara stupito dal fatto che in pochi prima d’ora, si siano posti il problema del perché possediamo la capacità di sperimentare emozioni positive e della loro funzione, al contrario, migliaia di studi scientifici sono stati condotti sulle emozioni negative.
Diviene importante allo stato attuale cambiare l’ottica anche in ambito psicoterapeutico (Fava e Ruini, 2003), lavorando non soltanto su quello “che non funziona”, ma anche e soprattutto puntando ad aumentare le risorse, capacità e abilità positive presenti o potenziali. Infatti, la letteratura scientifica ha sottolineato come il lavoro terapeutico diretto a fornire o potenziare le abilità positive nelle persone con alcune forme di malessere psicologico (ansia, depressione), riduce potentemente la percentuale di recidiva, che soprattutto nelle forme depressive appare alta.
In altri termini, vi è una modificazione dell’azione anche nei confronti del disagio conclamato, che non punta soltanto alla riduzione del malessere, ma si occupa anche e soprattutto del “ben-essere” delle persone (Fava e Ruini, 2003).
La letteratura scientifica (in Seligman, 2002) indica che lo stato d’animo orientato al positivo, si è dimostrato essere: un buon indicatore di salute e longevità; le persone caratterizzate da questo stile cognitivo erano caratterizzate da pressione arteriosa più bassa, un sistema immunitario più reattivo; una maggiore capacità di sopportare ed affrontare il dolore, maggiori livelli di produttività sul lavoro; presenza di una vita sociale appagante ed altruismo in maggior misura rispetto ad altri soggetti. Altri studi di laboratorio hanno dimostrato che, quando i bambini ed gli adulti venivano sottoposti a delle condizioni sperimentali in cui erano resi felici, si mostravano più empatici e generosi verso il prossimo in difficoltà (in Seligman, 2002).
Quando sperimentiamo emozioni positive, siamo meno focalizzati su noi stessi e siamo più disposti a dividere con gli altri il nostro senso di benessere, al contrario, quando sperimentiamo il malessere siamo concentrati ed avvitati su noi stessi, i nostri bisogni e sul nostro malessere. Il concentrarsi su queste “mancanze” o “malessere”, tende ad aumentare il circolo vizioso del disagio, << […] provare emozioni positive è importante non solo perché è un piacere in sé, ma perché determina un rapporto assai migliore con il mondo. Provare più emozioni positive favorisce l’amicizia, l’amore, il benessere fisico e ci permette di raggiungere traguardi più elevati >> ( Seligman, 2002, p. 53). Si pone, quindi, la domanda di come si possa incrementare stabilmente uno stile cognitivo orientato alla positività , anche quando le condizioni ambientali sono critiche. Nel senso di imparare a << […] concentrarsi sulla crisi come una potenziale opportunità di sviluppo >> ( Kapor-Stanulovic, 2002, p. 98).
In questo quadro, s’inserisce a tutti gli effetti l’ottica prosociale con le sue componenti. Come tra breve vedremo, tra le abilità prosociali abbiamo “l’ottica positiva” , che sollecita ed orienta a focalizzare consapevolmente la propria attenzione sugli aspetti positivi dell’altro e della realtà delle relazioni ed interazioni.
Altro fattore importante su cui riflettere per lo sviluppo ed il mantenimento di uno stile cognitivo orientato al positivo, nella sua funzione di fattore protettivo della salute mentale, è l’abilità del dare, aiutare, condividere ( come componente delle abilità prosociali).
Numerosi studi sperimentali (in Seligman, 2002) nei report delle persone che hanno sperimentato emozioni piacevoli e positive, hanno osservato che il senso di gratificazione più potente, durevole ed appagante è dato dell’essersi dedicati agli altri. Altre forme di piacere sono apparse poco durevoli e velocemente tendono a dare assuefazione.
Nella formazione degli operatori “dell’emergenza” ci appare importante sottolineare la necessità di stimolare o potenziare l’apprendimento di questo stile cognitivo, che dovrà essere anche orientato, viste le caratteristiche delle situazioni d’emergenza, ad una nuova visione degli utenti: persone, non “malati”, sottoposti ad eventi limite e come tali le loro reazioni potranno essere “eccezionali”. Questo ovviamente non significa sottovalutare, ma accogliere e condividere empaticamente il dolore ed al tempo stesso stimolare le potenzialità ed abilità di fronteggiamento degli eventuali utenti. Tutto ciò affinando ulteriormente la capacità ed abilità dell’operatore d’individuare quando queste reazioni travalicano le capacità di coping dell’utente, rendendo necessario l’eventuale intervento terapeutico.

Le abilità prosociali per gli operatori “dell’emergenza”


Descriviamo brevemente le abilità prosociali . Le abilità prosociali, di seguito presentate sono state individuate da Roche (1990) e successivamente riviste e modificate (Salfi, Monteduro, 2004) nella forma presente:
1. L’ottica positiva ;
2. La comunicazione;
3. L’ empatia;
4. L’assertività ed alternative all’aggressività;.
5. L’ autocontrollo;
6. La risoluzione dei problemi e creatività;
7. L’aiutare, il condividere, il collaborare.
Questi fattori, in ambito formativo dovranno essere proposti seguendo delle fasi di apprendimento graduale, così come indicato da Roche (1990):
a. sensibilizzazione cognitiva;
b. formazione in situazione strutturata;
c. esperienza in situazione reale.
Analizziamo ora brevemente le singole abilità.
L’ottica positiva parte dall’assunto che ogni persona possiede caratteristiche positive, abbia cioè qualità positive che deve soltanto mettere in evidenza. Questo può avvenire solo se ciascuno di noi si relaziona all’altro confidando nelle sue capacità di agire in positivo. Quotidianamente si può notare quanto i rimproveri e le critiche siano molto più frequenti rispetto agli elogi. Proviamo a fare un esperimento avete 20 secondi, provate a pensare a cinque caratteristiche positive del vostro…capo. Cosa è venuto fuori? Questo per evidenziare la difficoltà che sperimentiamo a pensare in positivo, soprattutto nell’esprimere giudizi sugli altri. In generale, è come se la nostra mente funzionasse “parzialmente”: quando le cose vanno bene non ci fermiamo a riflettere e ad “assaporarle”, come se questo stato fosse nella “natura” delle cose, non ci soffermiamo ad apprezzare ed a sottolineare il positivo, soprattutto nella relazione con l’altro (un commento piacevole, un elogio, un complimento), ma quando le cose non funzionano siamo subito pronti a sottolineare il negativo con rimproveri e commenti. Ovviamente, questa ottica si estende anche alla visione della realtà che ci circonda. Come cambiare la visione? Imparando ad abbandonare modelli e stereotipi negativi dovuti a precedenti esperienze, prescindendo dai paragoni e focalizzando la propria attenzione sulla persona e sul momento presente, qui ed ora. Apprezzare il momento presente e viverne pienamente la sua piacevolezza, senza proiettarsi su quello che dovrò fare tra cinque minuti, il giorno dopo o la prossima settimana, focalizzarsi su quello che di bello ho ora in questo momento, senza proiettarmi a quello che dovrei avere o essere, secondo gli standard, probabilmente dettati da qualcun altro o dalla società. Anche quando sembra che tutto vada “storto” o non ci sia nulla di cui gioire, il fatto d’imparare a vedere tutto ciò come fattori modificabili non definitivi nel tempo, è un aspetto fondamentale dell’imparare ad essere più ottimista. Ricordiamo, quanto questo aspetto sia importante, nell’espressione di un comportamento prosociale: se stiamo bene dentro, siamo più disponibili a condividere il nostro benessere con gli altri. Nella modificazione dello stile di pensiero, la psicologia cognitivo-comportamentale, ci offre strumenti efficaci ed efficienti;
L’empatia è la percezione dello stato di un’altra persona in modo che si possano sentirne e predirne con certezza i pensieri, i sentimenti e le azioni. E’ anche capacità di provare le emozioni dell’altro come se fossero propri;
L’abilità di comunicazione è strettamente legata all’empatia. La presenza o meno di abilità espressive e comunicative, può ostacolare il rapporto con gli altri. Quindi, in una relazione interpersonale si dovrà essere in grado di trasferire all’altro significati, affetti, emozioni e percepire i sentimenti, affetti o emozioni espressi dall’interlocutore senza distorcerli. Diviene fondamentale conoscere gli aspetti componenti della comunicazione verbale e non verbale, ma anche saper esprimere una comunicazione “di qualità”;
Per esplicitare una condotta prosociale non è soltanto necessario percepire e sentire la necessità dell’altro, ma è anche necessario avere iniziativa e decisione per agire e assumersi consapevolmente il possibile rischio o costo intrinseco nell’azione di aiuto, valutando anche le proprie capacità e possibilità di offrire l’aiuto effettivo di cui l’altro necessita ( ad es. se non so nuotare non posso gettarmi in acqua per salvare un altro, dovrò valutare altre possibilità). Questo significa, anche sviluppare un comportamento affermativo, cioè affermare se stessi ed i propri bisogni nel pieno rispetto degli altri. L’abilità affermativa << s’inserisce appunto in questa ottica, ma ha anche il merito di essere un comportamento incompatibile con quello aggressivo. L’obiettivo è, quindi, di eliminare o ridurre notevolmente la frequenza dei comportamenti aggressivi e passivi. L’affermatività, pur essendo una componente importante del comportamento prosociale, da sola non può essere una risposta alla costruzione del benessere sociale e personale. Proviamo ad immaginare un mondo di persone esclusivamente affermative, ognuna diretta soltanto a perseguire i propri scopi o bisogni, pur nel rispetto degli altri, probabilmente sarebbe molto desolante >>. (Salfi e Monteduro, 2004, p. 62);
L’autocontrollo rappresenta un’abilità determinante nell’evoluzione del comportamento sociale dell’individuo. Qui facciamo riferimento ad una concettualizzazione positiva dell’autocontrollo inteso non come processo mediante il quale l’individuo costringe se stesso a non fare qualcosa, ma come processo di attivazione che mette in grado una persona di scegliere fra due o più comportamenti alternativi ed incompatibili fra loro, quello più funzionale per se e per l’altro, che può anche essere il meno gratificante nell’immediato. L’empatia insieme all’autocontrollo rappresentano le abilità cardine dell’agire in modo prosociale. Citiamo integralmente la definizione dell’abilità in questione di Salfi e Monteduro (2004 ), p. 62:

“Infatti, la capacità di modulare le proprie emozioni, così come la capacità di procrastinare le gratificazioni è fondamentale nella capacità di agire prosocialmente. L’autocontrollo, spesso, è erroneamente associato al “non-fare”, al “tenere tutto dentro”. Se così fosse si aprirebbe la possibilità d’incorrere in malattie psicosomatiche di vario genere. Al contrario, l’autocontrollo è quella capacità di attivare un processo di scelta tra possibili alternative di risposta o di comportamento da attuare, valutandone le conseguenze non solo a breve, ma anche a lungo termine. Questo processo di valutazione può implicare, naturalmente, la scelta di comportamenti che nell’immediato possono apparire come i meno gratificanti. Al pari, questa abilità permette anche d’imparare a tollerare le frustrazioni con modalità più costruttive per sé e per gli altri. Modulare adeguatamente l’espressione delle emozioni negative come ad esempio la collera è un aspetto spesso fondamentale per riuscire a stabilire con successo relazioni positive. Al contempo, appare irrealistica ed inopportuna l’aspettativa di “eliminare” le emozioni negative, in quanto esse hanno una funzione di segnali d’allarme, così come il dolore, che ci avverte che qualcosa non funziona adeguatamente. Così, ad esempio, la collera non è in sé negativa, in quanto oltre a funzionare da segnale d’allarme, fornisce uno stimolo ad agire. Essa diviene negativa quando induce a fare e dire cose, che normalmente non diremmo o faremmo, privandoci della necessaria lucidità nella valutazione, nel giudizio e nella reazione. Nella emozione di stress possiamo individuare due componenti: quella cognitiva (pensieri) e quella fisiologica. Per insegnare l’abilità di autocontrollo possiamo, quindi, intervenire a tutti e due i livelli. “

La capacità di risolvere i problemi e la creatività sono anch’essi abilità personali e interpersonali rilevanti per il ben-essere.
La tecnica di problem solving, si compone di diversi passi o fasi: 1. Individuare e definire il problema; 2. Proporre soluzioni alternative, sospendendo momentaneamente il giudizio sulle stesse; 3. Analizzare costi e benefici di ogni singola soluzione alternativa prodotta nella fase 2.; 4. Attuazione della soluzione scelta; 5. Valutazione dei risultati. Se questi, però, si rivelassero insoddisfacenti si ricomincia il processo dall’inizio. Altro aspetto della creatività il fatto che tutti in varie forme siamo e possiamo essere più creativi, imparando ad esprimere meglio le nostre potenzialità, per esempio attraverso il brainstorming ed il pensiero divergente.
Aiutare, dare, condividere, collaborare. Questa è la componente che più di ogni altra si riferisce ai comportamenti altruistici, che come abbiamo visto sono parte del comportamento prosociale, che non si esaurisce, però, nella semplice esecuzione degli stessi. In questa abilità è come mettere “tutto insieme”, comprendere, individuare e saper mettere in atto adeguate forme d’aiuto e di collaborazione.

La formazione come processo

Tre sono i livelli che descrivono le caratteristiche di questo tipo di operatore: sapere, saper fare, saper essere.
Il sapere attiene al possesso di un preciso bagaglio di conoscenze teoriche, metodologiche e operative; il saper fare attiene ad un elevato grado di competenza in alcune abilità tecniche relative all’espletamento del suo lavoro, ma anche alle conoscenze ed all’uso di nuovi strumenti tecnologici; il saper essere attiene all’essere intrinsecamente motivato al lavoro in questo specifico settore, ad un ottimo livello di autocontrollo emozionale, ad una adeguata ed efficiente capacità di comunicazione, all’empatia, all’essere capaci di relazionare in modo funzionale e produttivo con una molteplicità di interlocutori, alla capacità di valorizzare positivamente l’altro, alla capacità di collaborare, alla consapevolezza della ricchezza insita in ciascuna diversità umana.
Ne consegue, quindi, un modello di formazione in cui devono essere offerte adeguate occasioni di attenzione alla personalità e alla persona dell’operatore in quanto tale. Questa concettualizzazione rimanda ad una concezione della formazione come percorso continuo e costante, che stimoli un processo di cambiamento verso una maggiore autoconsapevolezza. Ciò significa quindi, stimolare la capacità di osservare meglio se stessi e gli altri, così come implica la capacità e la volontà di mettersi in “discussione”, nel senso, però, propositivo dell’essere sempre in cammino per il miglioramento continuo di sé e della propria competenza professionale.
Da ciò si evidenzia il rapporto di interdipendenza esistente tra competenza e “modo” d’essere dell’operatore, inteso anche come capacità e disponibilità a migliorare se stesso apprendendo sempre più adeguate abilità e capacità per meglio affrontare la realtà e le richieste che da essa provengono.
La capacità di relazionarsi insieme a buone abilità di coping rappresentano dei punti cardine del lavoro nell’emergenza, viste le caratteristiche ad alto stress e la complessità delle interazioni con colleghi, istituzioni, famiglie e così via.
Naturalmente, la capacità di relazionarsi positivamente, comporta anche buone capacità di soluzione dei problemi, oltre che un buon autocontrollo emozionale, ma soprattutto ottime capacità “ di saper ascoltare”. Un buon rapporto esiste quando due persone creano tra loro un clima di benessere, di sicurezza e armonia. Questa relazione di risonanza si può creare fra le persone che lavorano e vivono un rapporto fiducioso e aperto tra loro.
L’operatore ha la responsabilità morale di essere il primo a stabilire ed a creare un clima di benessere con le persone con cui viene a contatto. Senza questa abilità si finisce con il fare solo vacui discorsi rispetto alla necessità del lavoro di rete e della collaborazione.

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