Prosocialità

1. La sindrome di Pierino ovvero il bambino iperattivo: come e dove intervenire

Fiorella Monteduro
Psicologa – Psicoterapeuta

Psicologa scolastica -Liceo Scientifico “Vitruvio P.” Avezzano

Osservando un bambino, che parla continuamente, che risponde prima che la domanda sia terminata, che sembra non fermarsi mai, viene da chiedersi se siamo di fronte ad un iperattivo o semplicemente ad un bambino particolarmente vivace.
Per poter parlare di iperattività vi devono essere delle caratteristiche ben precise e comunque, visto che si accompagna a numerosi altri disturbi dell’infanzia, non è sempre facile fare una diagnosi. L’iperattività si può o meno accompagnare con il deficit di attenzione (ADHD, Attention Deficit Hyperactivity Deficit). Vediamo brevemente quali sono le caratteristiche da osservare (DSM IV):

Disattenzione
a. spesso non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici, sul lavoro, o in altre attività;
b. spesso ha difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti o sulle attività di gioco (e ) spesso non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente;
c. spesso non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici, le incombenze, o i doveri (non a causa di comportamento oppositivo o d’incapacità di capire le istruzioni );
d. spesso ha difficoltà ad organizzarsi nei compiti e nelle attività;
e. spesso evita, prova avversione, o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale protratto (come compiti a scuola o a casa);
f. spesso perde gli oggetti necessari per i compiti o le attività (per es. giocattoli, compiti di scuola, matite, libri, o strumenti) (h) spesso è facilmente distratto da stimoli estranei (i) spesso è sbadato nelle attività quotidiane.
Iperattività
a. spesso si muove con irrequietezza mani o piedi o si dimena sulla sedia
b. spesso lascia il proprio posto a sedere in classe o in altre situazioni in cui ci si aspetta che resti seduto
e. spesso scorrazza e salta dovunque in modo eccessivo in situazioni in cui ciò è
fuori luogo
d. spesso ha difficoltà a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo
e. è spesso “sotto pressione” o agisce come fosse “motorizzato”
f. spesso parla troppo
Impulsività
g. spesso “spara” le risposte prima che le domande siano state completate
h. spesso ha difficoltà ad attendere il proprio turno (i) spesso interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti (per es., si intromette nelle conversazioni o nei giochi)

Sei (o più) dei sintomi di disattenzione ed ipeattività devono essere presenti per almeno sei mesi e con una intensità che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo.

Questa sindrome si accompagna ad una serie di altri disturbi come: disturbi dell’apprendimento (il 20%-30%); disturbo oppositivo-provocatorio, disturbo della condotta (il 20%-40%), disturbi d’ansia e depressione, disturbo bipolare.

Carey (2004), in particolare, ritiene che nella definizione dignostica, effettuata nel DSM IV, non sia stato adeguato spazio alle acquisizioni sulle normali variazioni del temperamento presenti nell’infanzia, considerando il bambino in relazione con il suo ambiente. Le variazioni temperamentali, sono tratti geneticamente predefiniti (livello di attività, regolazione ritmi biologici, ricerca o evitamento di situazioni nuove, adattabilità, umore prevalente, livello di attenzione, intensità delle reazioni emotive, distraibilità, soglia di attenzione sensoriale) e variano normalmente su un continuum dal positivo al negativo.
Le problematiche nascono quando i tratti maggiormente “negativi” s’incontrano o si scontrano con i modelli ideali e le aspettative dei familiari su come dovrebbe essere un bambino e come dovrebbe comportarisi .
Si stima che nell’infanzia vi sia un 3%-5% che soffre di questo problema (ADHD) (Barkley, 1998).
Il disturbo è più frequente nei maschi che nelle femmine in un rapporto di 3:1 ( Madeddu F. et al., 2004) e tra l’8% e l’85% (Spencer et al., 2003) mantengono il diturbo sino all’età adulta.” L’incidenza così elevata, la sua cronicità ed il grado di compromissione causato da questo disturbo, ha indotto i Centers for Disease Control and Prevention a considerarlo come << un serio problema di salute pubblica nel 1999 >> (Spencer et al., 2003 p. 3).
Un altro aspetto che appare rilevante è che soltanto il 20% dei bambini con ADHD sembrano ricevere un trattamento di salute mentale (Molina, Pelham, 2003). Questa tendenza appare confermata da una recente ricerca italiana ( Madeddu F. et al., 2004) sull’incidenza dell’ADHD nell’adolescenza, in un campione di 581 soggetti (tra gli 11 ed i 13 anni) frequentante la scuola media. Gli autori infatti, hanno osservato che è preoccupantemente basso il numero di soggetti che si rivolgono all’attenzione clinica e richiedono un intervento specialistico .
Una nota ricerca (Molina e Pelham, 2003) longitudinale ha evidenziato come questo disturbo se associato a disturbi della condotta e del comportamento, predice l’uso di sostanze nell’adolescenza.
Molti ritengono che i disturbi della condotta, nel deficit di attenzione e iperattività (ADHD), siano un’evoluzione altamente probabile, come espressione della compromissione e gravità del disturbo (Molina e Pelham 2003; Manuzza, Klein, Moulton, 2002). Anzi, alcuni studi riportano nell’età adolescenziale ed adulta lo sviluppo di personalità antisociali come evoluzione nel tempo di questa sindrome (in Mazzocchi e Scuranti, 2005). Sviluppo che appare legato secondo alcuni autori, a problemi familiari come elevati livelli di conflittualità e stile educativo estremamente punitivo (in Mazzocchi e Scuranti, 2005).
I bambini con questa sindrome (ADHD) presentano alcune caratteristiche difficoltà cognitive come: difficoltà a mantenere l’attenzione per il tempo necessario, distraendosi facilmente, anche se si è notato che avendo un buon livello motivazionale, l’attenzione migliora; deficit nelle “funzioni esecutive”, che sono delle abilità cognitive che ci permettono di portare a termine compiti complessi ed imparare dai nostri errori; percezione del tempo inadeguata (Dooling-Litfin, in Fedeli D., 2004) ;superficialità nella valutazione delle situazioni ed eventi;difficoltà nella coordinazione motoria.
La natura di questa sindrome è ancora da chiarire completamente, anche con le nuove acquisizioni delle neuroscienze si propende per una eziologia complessa e mutifattoriale in cui i fattori genetici, neuroanatomici, neurochimici ed ambientali interagiscono in maniera circolare.
Per ciò che riguarda il trattamento ed il numero di aree di funzionamento coinvolte, si preferiscono i trattamneti multimodali che associano: terapia famarcologica, psicoterapia individuale, terapia di gruppo, parent training, counseling individuale per i genitori, terapia familiare. La terapia farmacologica è quella più utilizzata nei paesi anglossasoni, anche per una questione di costi delle cure, in cui il trattamento psicoterapico non è accessibile a tutti.
Finora venivano utilizzati farmaci anfetaminici, che però, forniscono un’azione sintomatica ed a breve termine, per migliorare generalmente l’attenzione in ambito scolastico, ma spesso per via degli effetti collaterali, molti genitori non aderiscono al trattamento.
Il trattamento multilivello (Monteduro F., in stampa) è una associazione di tecniche cognitivo-comportamentali e percorso prosociale ed è diretto a lavorare su più “livelli” di funzionamento del bambino/ragazzo (individuale, familiare,sociale). Esso nasce dall’esperienza sul campo nella psicoterapia e nell’applicazione dei programmi di educazione alla prosocialità e si presenta complesso e completo.

BIBLIOGRAFIA

Barkley R. A. ( 1998). Attention-deficit hyperactivity disorder: a handbook for diagnosis and treatment. New York, NY: Guilford Press.
Carey W. B. (2004). “ADHD, la sindrome da deficit di attenzione con iperattività: gli interrogativi non risolti”. Quaderni acp, 11 (6), 236-241.
Cornoldi C. (2005). “Memoria, apprendimento e metacognizione nell’alunno disattento/iperattivo”. Atti del 2° Congresso italiano sul Disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività. AIDAI-Newsletter 2/2.
Fedeli D. (2003). L’allievo ADHD a scuola. Parte prima: inquadramento storico e diagnostico. Psicologia e Scuola, n°116, pp.26-39. Firenze, Giunti.
Fedeli D. (2004). “L’allievo ADHD a scuola. Parte terza: il profilo psicologico”. Psicologia e Scuola, n°118, pp. 14-26. Firenze, Giunti.
Fedeli D. (2004-2005). “Il bullismo…ma non solo”. Psicologia e Scuola, n. 121-125, Firenze, Giunti.
Madeddu F. et al. (2005). “Prevalenza del Disturbo da Deficit dell’Attenzione/Iperattività (DSM-III-R) in un ampio campione di pre-adolescenti di Parma”. Atti del 2° Congresso italiano sul Disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività. AIDAI-Newsletter 2/2. http://www.aidai.it
Manuzza S., Klein R. G., Moulton J. L., III ( 2002). “Young adult outcome of children with “situational” hyperctivity: a prospective, controlled follow-up study”. Journal of Abnormal Child Psychology, 30 191- 198.
Mazzocchi G. M., Scuranti M. (2005). “Funzioni esecutive in adolescenti con sintomi di ADHD con problemi di condotta”. Atti del 2° Congresso italiano sul Disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività. AIDAI-Newsletter 2/2. http://www.aidai.it
Molina B. S. G.., Pelham W. E. Jr. ( 2003). “Childhood predictor of adolescent substance use in a longitudinal study of children with ADHD”. Journal of Abnormal Psycology, 112 (3), 497-507.
Monteduro F., (2008) Iperattività, deficit di attenzione e disturbi dela condotta: il trattamento multilivello. (Documento di studio ISAC PRO).