Prosocialità

Adolescenti violenti: fattori protettivi e predittivi

Fiorella Monteduro – Psicoterapeuta

Giovani ragazzi, sempre più spesso trovano spazio nelle cronache per atti di efferata violenza e questo colpisce e ci lascia stupefatti. Com’è possibile che ragazzini possano essere capaci di atti simili? Spesso è questa la domanda che ci si pone. La psicologia da diversi anni ha assurto ad ambito privilegiato di ricerca i meccanismi che sembrano essere alla base di questi avvenimenti, al fine soprattutto di trovare strumenti d’intervento. Ultimamente, gran parte degli studiosi sembrano convergere su diversi fronti:

• Puntare ad elaborare programmi preventivi;
• Conoscere i precursori precoci (già nell’infanzia) dei comportamenti devianti nell’adolescenza, focalizzandosi sull’aumentare il più possibile l’efficienza predittiva;
• Individuare i fattori di rischio e quelli protettivi.

Sembra che molte risposte siano state date a questi nodi cruciali, dagli ambienti della ricerca americana, dal momento che in Italia la ricerca è poca e spesso poco visibile.
Diversi autori ( Patterson e Capaldi, 1985; Patterson e Dishion, 1987; Patterson e Dishion,1985; Molina e Pelham, 2003) hanno individuato tra i fattori di rischio, per lo sviluppo di comportamenti devianti nell’adolescenza, i seguenti:

• Scarse competenze educative dei genitori ( incoerenza, lasciar fare, estrema criticità, disciplina negativa, espressioni di ostilità, uso duro di punizioni fisiche, abusi, aggressività);
• Basso reddito;
• Problemi psichiatrici dei genitori;
• Elevata conflittualità genitoriale;
• Scarso coinvolgimento dei genitori nelle esperienze scolastiche dei figli;
• Comportamenti antisociali o tossicodipendenza dei genitori;
• Gravidanza precoce;
• Precoce presenza di disturbi del comportamento (come il disturbo della condotta ed il disturbo oppositivo – provocatorio ) nei bambini;
• Presenza del disturbo da deficit di attenzione e iperattività nei bambini (ADHD).

Ogni fattore fra quelli menzionati, che si aggiunge ad un quadro già problematico, aumenta percentualmente il rischio.
Dall’esame della letteratura scientifica sono stati anche individuati alcuni forti predittori precoci (nell’infanzia) dello sviluppo in adolescenza di comportamenti devianti ( Dishion e Loeber, 1983; Parker e Asher, 1987; Coie, Lochman, Terry, Hyman, 1992; Kupersmidt e Patterson, 1991;Lewin, Davis, Hops, 1999). Si è osservato con elevata frequenza un set di fattori che presentiamo in ordine d’importanza, in questo set sono state identificate anche delle differenze di genere, quindi per maschi abbiamo:

• Precoce rifiuto da parte dei pari;
• Comportamenti aggressivi tipo rabbia-scontro;
• Comportamenti distruttivi;
• Comportamenti d’isolamento, ritiro sociale;
• Scarsi risultati scolastici;
• Scarsa frequenza di comportamenti prosociali ( scarsa empatia, scarso interesse per gli altri, scarso altruismo, scarsa collaborazione)

Predittori precoci per le femmine sono in ordine d’importanza:
• Scarsi risultati scolastici;
• Precoce rifiuto da parte dei pari;
• Bassa frequenza di comportamenti prosociali

I comportamenti aggressivi pur costituendo anch’essi un predittore di devianza nell’adolescenza, anche per le femmine, risulta un fattore di prevedibilità più potente per i maschi che per le femmine. Si è osservato che le femmine manifestano, più frequentemente, comportamenti di aggressività tipo bullismo ( come canzonare con violenza i più deboli o i più piccoli e atti di prepotenza ) e in maggior misura sono riportate dagli insegnanti situazioni relative ad innescare spesso conflittualità all’interno del gruppo classe.
Dato interessante è che indice di alto rischio di futuri comportamenti devianti è la presenza all’età di otto anni di comportamenti aggressivi e/o bassa prosocialità, in associazione con il non rispetto delle regole e gli scarsi risultati scolastici a 14 anni (Hamalainen e Pulkkinen, 1996).
Dall’analisi delle caratteristiche dei soggetti criminali si è osservato sia nei maschi che nelle femmine, maggiore frequenza di problemi di condotta e scarso successo scolastico, rispetto ai non criminali (Hamalainen e Pulkkinen, 1996). La osservazioni e gli studi condotti (Dishion, Frenc, Patterson,1997; Patterson, Capaldi,1985, 1987) in questo ambito, sono alla base dell’ipotesi di una trasmissione transgenerazionale del comportamento antisociale attraverso la scelta, da parte delle ragazze con comportamenti a loro volta antisociali, di partner antisociali, gravidanza precoce, disabilità genitoriali.
La ricerca ha individuato tra i fattori protettivi nell’infanzia per lo sviluppo di disturbi del comportamento, che come abbiamo visto divengono la base per il futuro sviluppo deviante nell’adolescenza, i seguenti elementi ( Hastings et al. 2000 ):

• L’interesse per gli altri;
• L’empatia;
• Una relazione positiva, calda ed empatica madre-figlio;
• Le competenze sociali;
• I comportamenti prosociali

La relazione con la madre, come lo stile educativo genitoriale è fondamentale per lo sviluppo dell’empatia, nonché del comportamento prosociale nei bambini e ragazzi. Al tempo stesso, l’accudire i figli manifestando interesse, esprimendo calda affettività, rispondere ai bisogni non solo materiali, utilizzare uno stile educativo autorevole (non autoritario), rappresenta un forte predittore di comportamenti empatici (buon sviluppo dell’interesse per gli altri) e prosociali nei bambini e ragazzi (Kochanska,1991; Robinson, Zahn-Waxler, Emde, 1994).
Vi è un momento importante per lo sviluppo o meno dell’interesse per gli altri e l’empatia, nel passaggio dalla scuola materna a quella elementare ( Hastings et al. 2000 ). Nei bambini in età della scuola d’infanzia sembra possano coesistere i comportamenti aggressivi con quelli d’interesse per gli altri, ma al passaggio in prima elementare il fattore empatico, in alcuni soggetti sembra decrescere pesantemente. Molti individuano nello stile genitoriale disfunzionale la causa di questo decremento ( Hastings et al., 2000 ) .
L’importanza di questi aspetti è strettamente legato al dato, ormai confermato, dell’assenza d’interesse per l’altro e scarsa empatia nelle personalità di adolescenti e adulti antisociali o devianti.
L’empatia è un fattore protettivo, in quanto il percepire profondamente la sofferenza arrecata agli altri, impedirebbe l’agire comportamenti che la possano in qualche modo generare. Riteniamo, comunque, fondamentale accanto all’empatia la capacità di autocontrollo, come modalità di gestione e modulazione delle emozioni negative, quali per esempio la collera, che come visto in precedenza rappresenta la miccia d’innesco dei comportamenti aggressivi (cfr. predittori precoci) (Salfi e Monteduro, 2003). Tra le caratteristiche dei soggetti antisociali si è individuata una strutturazione cognitiva “di minaccia”, che ben spiegherebbe la frequente risposta aggressiva (Goleman, 1999; Fedeli, 2005 ). Nel senso che questi soggetti percepiscono la realtà circostante come ostile e aggressiva.
Altro aspetto di riflessione è che i programmi d’intervento secondario e terziario, nell’ambito della devianza adolescenziale, risultano meno efficaci e dispendiosi, che non progettare interventi preventivi o precoci.
La ricerca, sempre più concorda nell’indicare dei chiari percorsi di azione per queste problematiche:
1. Attivare programmi d’intervento precoci e preventivi;
2. Elaborare e realizzare programmi educativi nell’infanzia, che prevedano l’insegnamento di abilità quali l’empatia e l’autocontrollo;
3. Educare alla prosocialità;
4. Attivare programmi precoci di formazione per i genitori per migliorare la loro competenza educativa;
5. Formare gli insegnanti, realizzare programmi educativi e formativi già dalla scuola dell’infanzia.

Parlando della capacità empatica e di autocontrollo come abilità importanti da apprendere è chiarissimo per noi l’ambito di sviluppo di queste osservazioni: l’applicazione di un modello educativo prosociale (Roche, 1985, 2000; Salfi e Monteduro, 2003, 2004). Ma vi è un altro elemento per noi molto rilevante: l’empatia e l’interesse sincero per l’altro, così come la considerazione positiva ed il rispetto (come componenti del programma prosociale) inducono cognitivamente, a nostro parere, lo sviluppo di un elevato senso di giustizia e conseguentemente un ragionamento morale evoluto. Questo aspetto insieme all’abilità di autocontrollo rappresentano, di fatto, livelli di funzionamento cognitivo, emotivo, comportamentale incompatibili con i comportamenti di aggressività (Salfi e Monteduro, 2003).
La riflessione che tutto ciò sollecita, è che tutti noi in qualità di educatori, professionisti, genitori, insegnanti non possiamo rimanere a guardare passivamente, ma agire con maggior responsabilità per il benessere delle future generazioni. Stiamo parlando anche dei nostri figli non solo di quelli degli altri.

BIBLIOGRAFIA
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