Prosocialità

Intervista a Robert Roche Olivar

ROBERT ROCHE OLIVAR
Dipartimento di Psicologia dell’EducazioneUniversità Autonoma di Barcellona.

1. Quali sono, secondo Lei, gli indicatori maggiori di disagio nei bambini oggi?

Non sono specialista in disagio infantile, ma mi occupo soprattutto dello sviluppo di comportamenti positivi. A me preoccupa molto come accompagnare e risolvere le tendenze aggressive e come prevenire il sopravvento della cultura dominante competitiva e violenta, perché non faccia presa sul bambino.
2. Allo scopo di prevenire i disagi dovuti a carenze nella competenza socio-affettiva dei bambini, rilevabili in forme di fragilità e insicurezze comportamentali, si è sentito il bisogno di introdurre, in merito, opportuni percorsi educativi. Perché pensa che un’educazione prosociale possa essere utile in tal senso? Quali sono le sue aspettative e le sue perplessità al riguardo?

Una prima perplessità alla quale dobbiamo far fronte è quella della distanza che c’è fra l’importanxza teorica che diamo ai comportamenti positivi e interattivi nell’aula e la convinzione relativa e scarsa rispetto a tale necessità degli insegnanti e dei genitori.
A mio parere l’educazione prosociale richiama da parte degli insegnanti un impegno per coinvolgere non solo lo stile educativo, ma la vita personale come una sfida di crescita per diventare un certo modello di prosocialità per i bambini..

3. Cosa manca, secondo Lei, alla scuola per riuscire ad applicare un’educazione prosociale?

Dare prestigio a tutte le attività o spazi che saranno ispirati e sorretti dalla prosocialità. Impegnare risorse e persone sia per creare uno spazio specifico per l’apprendimento della prosocialità sia spazi per coordinare la trasversalità.

4. Fino ad ora gli educatori, insegnanti hanno attribuito importanza e dedicato attenzioni soprattutto alla sfera razionale, nella convinzione che quella emotiva e sociale si evolvesse da sola in una sorta di processo naturale, quale è la sua opinione al riguardo?

Mi sembra che quest’orientamento e ques’accento sul razionale non va trascurato, ma in questa tappa in cui siamo acquisendo sensibilità sulle dinamiche emotive bisognerebbe identificare e gestire i sentimenti sia positivi che negativi per poi gestire in modo adeguato la loro integrazione in questa razionalità. A questo proposito proponiamo la via prosociale come una strada sicura per un’educazione emozionale integrata.

5. Durante i corsi di formazione specifici sulla prosocialità, quali sono le difficoltà che ha riscontrato negli insegnanti rispetto a questo tema? Quali, secondo Lei, dovrebbero essere le competenze professionali di un insegnante? Oltre alle competenze professionali, quanto influisce secondo la Sua esperienza personale, la personalità e la sensibilità di un insegnante?

Come si equilibra il rinforzo economico, di curriculum con una vera motivazione intrinseca per l’argomento.

6. Quali difficoltà ha riscontrato, invece, nei genitori? Ritiene ci sia abbastanza sensibilizzazione rispetto a questo tema?

Mi sembra che dobbiamo iniziare dagli insegnanti e dal loro credere nella possibilità di cooperare con le famiglie.
All’inizio di un corso di prosocialità dobbiamo informare accuratamente e brevemente, in modo conciso attraverso una convocazione dei genitori, (lettera e riunione) in cui i genitori saranno informati su che cosa è la prosocialità e su come saranno coinvolti i loro figli.
Nella riunione bisognerebbe informare più ampiamente sul tema e su come si chiederà la collaborazione della famiglia due o tre volte all’anno perché lavori con il figlio su temi prosociali.
Per chi non sia venuto al raduno si farà una sintesi su quanto è stato svolto insieme agli altri genitori.
Chiamiamo quest’implicazione collaborazione indiretta.
Per chi lo volesse si potrebbero stabilire gruppi di lavoro con scadenza ogni tre settimane per collaborare direttamente nel programma della scuola.

Raccolto da Silvia Romersi in intervista a R. Roche.