Prosocialità

Religione e Prosocialità



Robert Roche Olivar

Dipartimento di Psicologia dell’Educazione
Università Autonoma di Barcellona

INTRODUZIONE

Il presente lavoro cerca una aprossimazione psicologica per considerare i possibili benefici del comportamento religioso. L’obiettivo che si pone è di mettere in luce una dimensione orizzontale, ossia quella che dirige e regola i rapporti fra le persone, dal punto di vista del lavoro scientifico, al fine di avvicinarla allo studio e all’ottimizzazione della prosocialità.

Si cerca di mostrare, come questa dimensione possa essere di grande interesse sociale, perchè può bilanciare e inibire quegli aspetti del fatto religioso che potrebbero, invece, avere conseguenze negative per la convivenza fra le persone e i paesi.

Centrare l’attenzione sulla dimensione orizzontale non significa ignorare la dimensione religiosa verticale, soprattutto se essa è intesa come relazione uomo-Dio centrata nel Dio buono, che ci ama immensamente, che è vicino a noi, che partecipa nelle nostre vite, provvidente. Il vivere e percepire la propria dimensione religiosa verticale, in questi termini, può dotare le persone di una percezione e coscienza essenziale e autenticamente liberatrice, nutrendo una via unica, meno condizionata dal sociale, di consolidazione e arricchimento dell’autostima. In questo senso quanto abbiamo enunciato inciderebbe, indirettamente, sulla salute collettiva.

In concreto in questo articolo, si cercherà di evidenziare le mutue influenze che esistono tra il fatto religioso e la prosocialità.

RELIGIONE

Nel presente lavoro si vogliono definire due dimensioni dell’esperienza religiosa: quella verticale e quella orizzontale. La dimensione verticale si riferisce al rapporto della persona con Dio, la dimensione orizzontale religiosa (DOR) concerne il rapporto dell’individuo con gli altri esseri umani. Quest’ultima dimensione è quella che si prenderà in considerazione al fine di porla in relazione con la prosocialità.

Tra le credenze e gli obiettivi fondamentali di molte religioni rientra la regolazione delle relazioni umane come costitutiva dell’azione religiosa in sè. Più precisamente, le relazioni umane acquistano una dignità o essenzialità nel fatto religioso e in questo senso si può cogliere una prima intenzionalità ottimizzatrice.

Sarebbe, inoltre, molto interessante realizzare uno studio che compari l’ importanza e la forza di questa essenzialità fra religioni nelle diverse culture.

LA PROSOCIALITÀ
Definiamo come comportamenti prosociali:quelli che senza la ricerca di ricompense esterne o materiali, favoriscono altre persone, gruppi o mete sociali, e aumentano la probabilità di generare una reciprocità positiva di qualità e solidale verso l’unità, nei rapporti interpersonali o sociali conseguenti, serbando l’identità, autonomia, iniziativa delle persone o gruppi implicati. (Roche 1991)

IMPORTANZA
A livello collettivo, nella funzionalità della convivenza e dell’armonia delle persone, gruppi e società s’ipotizza che l’abbondanza d’azioni prosociali produce una diminuzione dei comportamenti violenti attraverso diverse vie. Alcune di queste vie favoriscono una reciprocità prosociale e di conseguenza avremmo un notevole miglioramento della qualità delle relazioni sociali.

A livello individuale e nell’ambito della salute mentale, la condotta prosociale produrrebbe uno stato funzionale ottimale per la persona. (Roche 1999)

CLASSI DI AZIONI PROSOCIALI

Ci sono molteplici azioni nell’interazione umana che corrispondono alla definzione di comportamento prosociale: l’aiutare, il confortare, il dare e il compatire. Presentiamo la proposta di diverse categorie di azioni prosociali che è stata elaborata (Roche, 1995).

1. Aiuto fisico:
condotta non verbale che procura assistenza ad altre persone per raggiungere un determinato obiettivo, e che conta sull’approvazione delle stesse.
2. Servizio fisico:
condotta che elimina la necessità, per i riceventi dell’azione, di intervenire fisicamente nel compimento di un’azione concreta e, che si conclude con l’approvazione o la soddisfazione degli stessi.
3. Dare:
consegnare oggetti, alimenti o possedimenti ad altri, perdendo la loro proprietà o la possibilità di usarli.
4. Aiuto verbale:
spiegazione o istruzione verbale o condivisione delle idee o delle esperienze vitali, che sono utili e desiderabili per altre persone o gruppi al fine di conseguire un obiettivo.
5. Conforto verbale:
espressioni verbali che riducono la tristezza di persone in pena o preoccupate e migliorano il loro stato d’animo.
6. Conferma e valorizzazione positiva dell’altro:
espressioni verbali che confermano il valore di altre persone o aumentano l’autostima delle stesse, anche di fronte a terzi. (intrepretare positivamente le condotte degli altri, discolpare, intercedere, mediante parole di simpatia, di lode o elogio).
7. Ascolto profondo:
condotte metaverbali ed atteggiamenti di attenzione che esprimono accoglienza paziente, però attivamente orientata ai contenuti espressi dall’interlocutore in una conversazione.
8. Empatia:
condotte verbali che, partendo da un “svuotamento” volontario dei propri contenuti, esprimono comprensione cognitiva dei pensieri dell’interlocutore o l’emozione di star sperimentando sentimenti simili ai suoi.
9. Solidarietà:
condotte fisiche o verbali che esprimono l’accettazione volontaria di condividere le conseguenze, in special modo quelle dolorose, della condizione, dello stato, della situazione o della sfortuna di altre persone, gruppi o paesi.
10. Presenza positiva o unità:
presenza personale che esprime atteggiamenti di prossimità psicologica, attenzione, ascolto profondo, empatia, disponibilità al servizio, l’aiuto e la solidarietà per e con altre persone e che contribuisce al clima psicologico di benessere, pace, concordia, reciprocità ed unità in un gruppo o riunione di due o più persone.

LA RELIGIONE E LA PROSOCIALITA’.

Sarebbe interessante vedere in che misura il fatto religioso influenza gli atteggiamenti e comportamenti prosociali e viceversa esplorare se la prosocialità e le sue espressioni più appariscenti, vale a dire i comportamenti prosociali possono provocare, suscitare, mantenere e consolidare l’esperienza religiosa.

Questioni aperte a cui non si è tuttora in grado di rispondere sono le seguenti:

I comportamenti prosociali (definiti scientificamente come comportamenti a favore degli altri senza una ricompensa o ritorno materiale, e orientati a promuovere reciprocità qualitativa e unità fra le persone) potrebbero coincidere in modo parziale o totale con la dimensione orizzontale religiosa (DOR)?

Ci sarebbero elementi specifici della prosocialità che potrebbero apportare una completezza e una guida per una applicazione efficiente dell’orientazione e delle condotte religiose e, allo stesso tempo, per una loro valutazione?

E ancora più impegnativo: quali elementi prosociali possono essere rilevanti per identificare il grado di coerenza, purezza o autenticità degli atteggiamenti e delle motivazioni emerse dalla dimensione orizzontale positiva della religione?

Analizzandolo al contrario: ci sarebbero elementi specifici dell’esperienza religiosa che potessero indurre motivazione, intensità, ampiezza, purezza, perseveranza alle condotte prosociali?

Donahue e Benson (1995) hanno realizzato uno studio empirico su queste possibili relazioni. Il campione analizzato dagli autori constava di 34.000 adolescenti. In tale gruppo esaminando le caratteristiche demografiche, è emersa una relazione positiva fra la religiosità, i valori e le condotte prosociali.

Questo studio ha confermato, inoltre, che l’abuso di droghe e la manifestazione di condotte violente risultavano inferiori di un 50% fra i giovani coinvolti in qualche forma di religiosità rispetto a quelli che si dichiaravano atei.

Fra le spiegazioni di questa correlazione si trova l’educazione familiare e quella scolastica religiosa che di solito induceva un coinvolgimento prosociale degli adolescenti in compiti di volontariato.

LA PROSOCIALITA’ COME MEDIATRICE DELLA RELIGIONE.

Nella misura in cui la prosocialità coincidesse con la DOR, si ritiene che la religione ne risulterebbe arricchita.

In effetti, l’esercizio della prosocialità fornisce credibilità alla religione nel mondo attuale, detto post-moderno. La società attuale ha bisogno di sicuri punti di riferimento, di valori assoluti, pochi ma essenziali ed autentici. Quelli che offre la religione non sono facilmente accessibili al pensiero post-moderno, a meno che siano sperimentabili a livello personale, interpersonale o sociale.

La proposta prosociale offre l’opportunità al soggetto di vivere, inconsapevolmente e concretamente la DOR, la rende funzionale, utile, presenta la faccia amabile della religione. Questo non significa che la addolcisca, la “annacqui” o la relativizzi, ma forse, al contrario, ne consolida una maggiore esigenza.

E questo in modo paradossale: non solo nel livello esterno e comportamentale, ma anche nell’esigenza di un maggiore altruismo vero, di fronte a interessi più individualistici, personali o egocentrati, benchè soprannaturali e giustificati dalla lecita ricerca della propria salvezza.

La prosocialità rivoluziona i comportamenti e l’impegno personale verso gli altri, verso i rapporti positivi e verso un coinvolgimento maggiore e piú coerente per una giustizia sociale.

Finalmente il paradosso è più esplicito: l’esperienza religiosa puó diventare una via tanto piú autentica quanto piú s’interessa dell’altro, s’impegna per l’altro. E come cento volte, più funzionale per l’Io. In realtà, si tratta di qualcosa di semplice, qualcosa di essenziale in certe religioni: nella perdita dell’Io in funzione dell’altro, é lí dove l’Io scopre la sua essenza.

Tutto questo rappresenta una sfida: lo studio della variabile dell’altruismo puro versus l’egocentrismo-egoismo, negli atteggiamenti e comportamenti religiosi e prosociali delle persone e delle comunità ( chiese, associazioni, ecc).

LA RELIGIONE COME MOTIVATRICE DELLA PROSOCIALITA’.
ASPETTI COGNITIVI E COMPORTAMENTALI.

La religione ha una grande influenza come strutturatrice delle cognizioni delle persone. Le credenze sarebbero cognizioni accettate o assunte dal soggetto (valori) che darebbero significato agli avvenimenti vitali del mondo o della società.

McIntosh (in Ventis, 1995) afferma che l’importanza della religione nella propria vita, è associata alla propria capacità di dare senso agli avvenimenti negativi della vita come ad esempio una malattia o la morte di un familiare.

In altre parole la religione offrirebbe modi per reinterpretare e rivalutare il significato della realtà e ricostruire positivamente i fatti negativi.

Le coordinate concettuali di un mondo dove gli avvenimenti non succedono per caso o sotto possibilità probabilistiche, ma secondo la volontà o permesso di un essere onnipotente, facilitano l’assegnazione di significato a tutti i fatti.

Per alcuni autori questo quadro concettuale sorge dal bisogno dell’uomo di avere una previdibilità, una certa comprensione e anticipazione cognitiva dei profondi problemi dell’esistenza.

Per altri autori questo sarebbe favorevole per la salute personale.

Altri, invece, trovano aspetti sfavorevoli, soprattutto considerando che le persone possono provare una inadeguatezza fra le possibilità e capacità personali e le mete religiose da raggiungere o i livelli di adempimento delle esigenze morali. I sentimenti di colpa conseguenti sarebbero nocivi per la salute personale.

Per analizzare le influenze che la religione potrebbe esercitare sulle cognizioni, dovremmo elencare quelle dottrine che favoriscono e stimolano i comportamenti prosociali.

Indubbiamente qui dobbiamo segnalare tutte quelle dottrine religiose che propongono i seguenti valori al massimo livello d’importanza:

1) L’essere umano come meritevole di una dignità trascendente e soprattutto meritevole di un riconoscimento di questa dignità esercitato dal prossimo (rispetto assoluto e valorizzazione di tale dignità).

2) L’essere umano come meritevole di stima e amore.

3) I rapporti umani guidati da un equilibrio fra l’attenzione ai bisogni dell’Io e l’attenzione al Tu, all’altro o agli altri.

4) I conflitti fra gli esseri umani vanno superati dal punto di vista di questa stima e amore che raggiunge anche il nemico (come nel cristianesimo)

Questi valori sarebbero fondamentali per stabilire un piano di educazione o formazione alla prosocialità.

Non conosciamo in che misura sia necessaria la religione per dare forza a questi principi, per esempio, nell’impulso originario e nel mantenimento della motivazione delle persone, che agirebbero come operatori di cambiamento prosociale, come promotori di cambiamento nelle altre persone nonostante i grandi costi o sforzi personali.

Logicamente le persone che cognitivamente accettano e attribuiscono una trascendenza religiosa alle proprie azioni, assumono e possiedono ormai una struttura cognitiva elaborata dalla religione, sanzionata positivamente e rinforzata dalla comunità credente.

In altre persone, con delle credenze negli stessi principi, ma senza riferimento diretto al fatto religioso, non sappiamo se questa mancanza strutturale o sociale di dottrina come la mancanza di una comunità di riferimento venga superata attraverso un meccanismo di auto-fedeltà. Sarebbe interessante uno studio scientifico comparativo di entrambe le esperienze, (religiosa e non-religiosa), di un simile orientamento prosociale.

Va tenuto presente che nella motivazione e nella attuazione di questi principi, si deve distinguere non solo l’intensità e forza, ma anche la persistenza e la durata delle condotte. Rispetto alle mete va distinta l’estensione o l’universalità di questi principi, per esempio la stima può essere sentita non solo verso alcune persone o gruppi di persone ma verso tutti gli esseri umani.

Fra il livello delle credenze e il livello dei comportamenti c’è una grande distanza. Perciò non possiamo rimanere solo al primo livello (delle credenze).

Possono esistere persone molto convinte della propria adesione ai principi enumerati ma, in che misura incidono nelle condotte prosociali?

Siamo nell’ambito della moralità (più o meno coercitiva) ossia dell’impulso della religione verso la realizzazione o omissione di condotte prosociali.

Sarebbe interessante considerare che mezzi usa la prassi religiosa per convincere o spingere i fedeli verso questa attuazione prosociale e il suo livello di efficacia. Ci sarebbero differenze fra le religioni.

Potrebbero essere possibili temi di questo studio: conoscenza morale, soddisfazione morale, premio, cielo, paradiso, senso di colpa, peccato, punizione, perdono, pentimento.

Prima di proseguire e cercando di esplorare gli aspetti coincidenti o relati a religione e prosocialità, cercheremo di esaminarli dalla prospettiva dei loro effetti o influenze e, in special modo, delle loro conseguenze positive o dei benefici sulle persone.

Per questo distinguiamo due livelli:

1) Conseguenze sull’Io (dell’autore, degli autori, del soggetto o dei soggetti)
2) Conseguenze sull’altro (il ricevente, i riceventi, i gruppi, la collettività).

In questo senso, il focus non è sulle credenze delle persone, ma piuttosto sul modo in cui esse utilizzano le proprie credenze per affrontare i problemi. Questo per dire come ricorrere al “religioso”, possa contribuire al progresso e alla soluzione dei problemi personali e sociali.

CONSEGUENZE POSITIVE PER LE PERSONE E PER LA SOCIETA’.

E’ difficile e allo stesso tempo artificiale cercare di distinguere tra i benefici degli autori e dei recettori. È certo che la prosocialità è principalmente orientata a beneficiare gli altri; questa ne è una caratteristica essenziale. Si sottolinea, addirittura, che normalmente queste condotte suppongono un costo, uno sforzo, un investimento di energia o di tempo da parte dell’autore.

Sembrerebbe pertanto che questo costo supponga una perdita, un uso di energie o qualsiasi altra cosa che non beneficia l’autore, tanto più quando non ci si aspetta nessuna ricompensa o ritorno estrinseco o materiale.

In seguito, si analizzerà ulteriormente questo aspetto, ma si vuole anticipare che una variabile molto importante è la possibile soddisfazione morale che sperimenta il soggetto, che realizza tale azione prosociale, probabilmente con un profondo significato in relazione ai propri valori.

In ogni caso riteniamo che i benefici sperimentati da un ricettore possono influire indirettamente sull’autore e, viceversa, i benefici (interni, di significato ecc.) sperimentati dall’autore, influiscono anche sugli altri e sulla collettività.

Possiamo affermare che, inoltre, la prosocialità costituisce un potentissimo agente per il mantenimento della salute mentale collettiva.

PROSOCIALITÀ E VIOLENZA

A livello collettivo, in funzione della convivenza e armonia delle persone, dei gruppi e della società, si ritiene che l’abbondanza di azioni prosociali produrrà una diminuzione dei comportamenti violenti e allo stesso tempo un effetto nella reciprocità o diffusione conseguente rispetto ai comportamenti positivi.
DIGNITÀ DELLA PERSONA
La prosocialità, nella misura in cui coincide con la dimensione orrizzontale della religione, mostrerà precisamente il lato attivo e impegnato della persona in favore degli altri o nella lotta per la giustizia sociale. E non solo: sarà l’operatore attivo, esecutore della religione, nella proposta di una convinzione fondamentale: la dignità assoluta e trascendente della persona, il rispetto per la diversità, la lotta contro il pregiudizio e l’emarginazione.

Diverse volte è stato affermato che la religione ha avuto una funzione moderatrice della tensione verso l’impegno nel sociale (oppio dei popoli), soprattuto ricordando la sua funzione di ammortizzazione delle coscienze individuali, che sono state precisamente educate ad accettare le situazioni della vita, al saper perdere le proprie idee o le cose materiali, rispetto alla considerazione dell’implicazione delle stesse coscienze nella soluzione dei problemi sociali.

Recenti studi che analizzano il “locus of control” hanno rilevato una certa passività in soggetti con locus of control esterno; altri autori invece, hanno ottenuto risultati contrari.

In ogni caso, la variabile chiave sarebbe il tipo di coinvolgimento personale nella religione: c’è chi la vive solo come qualcosa di molto verticale (relazione con Dio, meditazione, preghiera, pietà, culto ecc.) e chi la sviluppa anche nella sua dimensione orizzontale coinvolgendosi e impegnandosi ad esempio, anche in attività sociali, comunitarie, parrocchiali, ecc.

Un certo tipo di presentazione della religione potrà indurre al mantenimento conservatore delle strutture e presupporre alcune resistenze al cambiamento sociale ( Barò, 1990), d’altronde è certo che la prosocialità spinge tutti a lavorare con decisione per questo cambiamento. Ci sono persone molto religiose, veri modelli viventi, o altri modelli storici, che hanno lasciato dietro di sè un impegno eroico che, molte volte, si è instituzionalizzato in opere o associazioni che continuano a lottare per il miglioramento assistenziale o per il cambiamento sociale.
FONDAMENTALISMO, PREGIUDIZIO E DISCRIMINAZIONE
Tra le critiche più forti che si attribuiscono alla religione, in particolare a quelle monoteiste, circa le conseguenze delle sue credenze sul versante sociale, è il suo fondamentalismo dogmatico, cioè l’assolutismo con cui tali credenze si presentano o impongono non solo ai suoi seguaci (possibile condizione settaria) ma anche agli altri, fino al punto di impiegare la violenza per ottenere come obiettivo la diffusione della propria religione.

La storia è piena di episodi che dimostrano questa mancanza di tolleranza (Iugoslavia ecc.).

Fino al punto in cui oggi, non possiamo dire con certezza se la religione sia causa di diminuzione o aumento del pregiudizio e in che misura lo possa alimentare.

Alcune religioni, è opportuno segnalarlo, in questo secolo, stanno mostrando cambiamenti probabilmente irreversibili nel superamento di questi comportamenti fondamentalistici, che non contribuiscono, anzi impediscono un reale progresso dell’umanità.

Anche in questo caso, la prosocialità attuata senza distinzione di razze, religioni, classi sociali, risorse economiche, costituirebbe una garanzia per questo progresso.

E ancora più importante: alcune religioni presentano, simultaneamente, tra le proprie credenze l’imprescindibile necessità di accettare e stimare gli altri, incluso altri popoli. Come si vede questa dimensione di accettazione e stima per l’altro è equivalente alla prosocialità, i cui effetti dimostrano la sua positività per la convivenza.

La prosocialità presenterebbe solo il lato sociale buono del “religioso”:
1. perchè impedisce l’autoritarismo;
2. perchè i pensieri e i comportamenti prosociali sono incompatibili con quelli violenti.

Qui giocano un ruolo molto importante i leaders, le gerarchie o le autorità religiose incaricate di porre in rilievo, sottolineare o far emergere alcune credenze o altre, all’interno della totalità del sistema dei valori.

NAZIONALISMI
In questo tipo di lettura del fatto religioso trova uno spazio il sostegno che la religione ha dato ai nazionalismi. Ci riferiamo a quel tipo di nazionalismo, che non è solo stima per il proprio paese o gruppo, ma che si afferma con una coscienza di superiorità di gruppo o collettiva, al di sopra degli altri, addirittura con un’esclusione o pregiudizio dispregiativo verso gli altri.

Certi gruppi o popoli hanno inteso “l’essere portatori della verità” e “l’essere popolo prescelto” come una relazione esclusiva, e non responsabilizzante, con il divino. Cosí hanno giustificato in modo irresponsabile, comportamenti ispirati nello etnocentrismo, l’autoritarismo, e infine una percezione stereotipata di superiorità degli attributi intra-gruppo versus quelli extra-gruppo.

VECCHIAIA, RELIGIONE E PROSOCIALITA’
La vecchiaia si potrebbe considerare un ambito cruciale e paradossale per lo scopo del nostro studio.

La rappresentazione della vecchiaia porta con sè un’immagine abbastanza radicata, secondo la quale si interpreta questa età come molto polarizzata al vivere intensamente la dimensione religiosa (dimensione verticale della religiosità). Un’esperienza di vita che appare più come vissuto unidimensionale della prosocialità, nel senso che sembra che la persona anziana funga solo da ricevente nei comportamenti prosociali.

La maggioranza degli studi empirici mostano i benefici effetti della religione nella vecchiaia.
Per le persone anziane si registra il maggior indice di partecipazione religiosa rispetto a qualsiasi altra età. Le istituzioni religiose, frequentemente, offrono servizi di vario tipo agli anziani e le tradizioni e le credenze religiose attribuiscono in modo molto esplicito dei valori alla vecchiaia.
Tali credenze contribuiscono ad un significato valorativo e pertanto ad un benessere nelle persone anziane, che trovano valorizzata la loro identità attraverso questa attribuzione.
Di fatto moltissime persone anziane con limitazioni fisiche, sentono che la propria presenza negli ambiti religiosi non viene considerata come diminuzione di valore umano per quelle limitazioni.

Sebbene possa succedere che la religione produca anche qualche effetto negativo sul benessere degli anziani, la preghiera e la meditazione producono una calma ed una tranquillità a livello emozionale; nella fase finale le credenze danno una significativa visione del mondo e della vita.

Le condotte prosociali consistenti in attenzione, aiuto, servizio, consolazione ecc. si caratterizzano per la loro unidimensionalità esprimendo valorizzazione e accettazione positiva verso gli altri, la qual cosa è importante per il proprio stato emozionale.

Un aspetto che si vuole evidenziare è che ci sarebbe da riscoprire e sottolineare anche l’importanza che ha per l’Io degli anziani, la dimensione di essere loro stessi gli autori delle azioni prosociali. La gerontologia deve, quindi, analizzare tale dimensione e tenerla in considerazione, al fine di produrre contesti in cui tutto ciò si possa sempre realizzare, indipendentemente dallo stato di salute in cui queste persone si trovano.

BIBLIOGRAFIA

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