Prosocialità

Pregiudizio, Disabilità e Lavoro- Antonella Mele

TESI: PREGIUDIZIO DISABILITA’ LAVORO

Questa ricerca esplorativa nasce dall’ intuizione che si ha passando in rassegna la letteratura sui pregiudizi, gli stereotipi, il fenomeno della discriminazione e l’ attività svolta dall’UO SISL (Servizio di Integrazione sociale e lavorativa) dell’ ASL di Taranto.

Molti ricercatori (Maras, 1993; Richardons e Green, 1971; Powlishta, Serbin, Doyle e White, 1994) attraverso diverse esperienze, rilevano che le persone esprimono dei pregiudizi. Questi sono rivolti ad un gruppo minoritario, all’interno della società, e che rappresenta il gruppo dominato rispetto al gruppo dominante. I pregiudizi sono legati a caratteristiche proprie del gruppo minoritario che subisce la discriminazione. Questo è un presupposto sul quale si basa la nostra ricerca. Un contributo fondamentale viene dallo studio della ricerca trattata nell’articolo “l’effet du statu du groupe d’appartenance sur les attitudes ethniques implicite set explicites cgez les enfants” di Michael Dambrun, Juliette Gatto e Cécile Roche, Università Blaise Pascal, Clermont-Ferrand, Francia: in questo articolo si vuole esplorare il concetto di “etnocentrismo” come atteggiamento generale del gruppo dominante della popolazione francese e la tendenza inversa del gruppo dominato dei magrebini. In letteratura, quindi, differenti ricerche metterebbero in evidenza come la presenza di un pregiudizio influenzi gli atteggiamenti del gruppo oggetto di discriminazione. Quest’ultimo avrebbe una tendenza a favorire il gruppo dominante piuttosto che il proprio gruppo di appartenenza. Questo atteggiamento è indice di un’interiorizzazione del pregiudizio? Il pregiudizio ha influenzato negativamente l’immagine che il gruppo discriminato ha di se stesso? Oppure si tratta di un atteggiamento che riflette una desiderabilità sociale? Se invece il gruppo dominato mostrasse anch’esso un atteggiamento di favoritismo verso il proprio gruppo, questo sarebbe indice di assenza di un’influenza del pregiudizio sulla propria immagine o una tendenza a mantenere, solo in superficie, un’immagine positiva di se stessi? Sono queste le domande che hanno guidato differenti ricerche, in particolare la ricerca dell’articolo menzionato e che ha suscitato in noi il desiderio di esplorare tali idee e tali teorie nel campo della disabilità e del lavoro.

L’ U.O. SISL (Servizio di Integrazione Sociale e Lavorativa) dell’ASL di Taranto si occupa del’inserimento lavorativo mirato delle persone disabili, mediando tra le richieste delle varie aziende e le domande di lavoro dei disabili e tra il tipo di lavoro richiesto e le caratteristiche personali della persona disabile, affinché questa persona possa avere delle effettive possibilità lavorative e affinché svolga efficacemente la sua mansione, in quanto consona alle sue caratteristiche.

Alla luce di quanto detto sopra, ci chiediamo come le persone disabili vivono il pregiudizio di cui sono oggetto (J.C.Croizet & J.P. Leyens, Mauvaises réputations : réalités et enjeux sociaux de la stigmatisatio, Parigi : Armand Colin; Jean-François Ravaud,Henri-Jacques Stiker, Les modèles de l’inclusion et de l’exclusion à l’épreuve du handicap). In particolar modo ci siamo chiesti come vivono il pregiudizio in riferimento al mondo del lavoro: esiste la cattiva credenza che le persone disabili non siano in grado di svolgere un’attività lavorativa in maniera efficace tanto quanto una persona normodotata. L’esistenza di questo pregiudizio è facilmente deducibile dalla cronaca di tutti i giorni, denunce d’ingiustizie subite, difficile applicazione delle leggi che tutelano il diritto al lavoro della persona disabile, è dunque questo un tema attuale e di grande dibattito (Disabile trova lavoro, la commissione di pregiudizio lo boccia, News Letter; Disabili: Sacconi, da CGIL solo pregiudizio su norme inclusione lavoro, Newstin). Allora ci chiediamo: tale credenza negativa è solo diffusa tra le persone normodotate o il pregiudizio influenza l’immagine che le persone disabili hanno di se stesse? Le persone disabili si considerano meno capaci, rispetto alle persone normodotate, nel svolgere un’attività lavorativa? Esiste una differenza tra le persone disabili lavoratrici e quelle non lavoratrici rispetto all’influenza che questo pregiudizio ha sull’immagine di se? E le persone normodotate, che hanno avuto esperienze lavorative con persone disabili, mantengono questo pregiudizio o assistiamo ad un cambiamento d’atteggiamento? L’obiettivo di questa ricerca è quello di esplorare l’effetto dell’inserimento lavorativo mirato delle persone disabili: l’inserimento determina un cambiamento d’atteggiamento, cioè riduce il pregiudizio esistente? Ci aspettiamo, infatti, che le persone disabili lavoratrici e i lavoratori normodotati che lavorano o hanno avuto esperienze di lavoro con persone disabili non manifestino pregiudizi verso quest’ultime (Salfi, 1986; Salfi e Lenoci, 1989; Salfi e Barbara, 1994).

Utilizzeremo dunque una popolazione campionaria formata da cinque gruppi: persone disabili occupate, persone disabili inoccupate, persone normodotate non lavoratrici, persone normodotate lavoratrici con esperienza lavorativa con disabili e persone lavoratrici senza esperienza lavorativa con disabili. Misureremo il loro atteggiamento nei confronti di quattro oggetti d’esame: persone disabili lavoratrici, persone disabili non lavoratrici, persone normodotate lavoratrici e persone normodotate non lavoratrici. Le misurazioni utilizzate ci mostreranno a quale tra questi oggetti in esame, sopra detti, è rivolto l’atteggiamento più positivo, e quindi di favoritismo, e al quale è rivolto l’atteggiamento più negativo, indice dell’esistenza di un pregiudizio. L’atteggiamento ovviamente è misurato con riferimento al lavoro. Le misurazioni saranno di due tipi: esplicita e implicita. La necessità di usare due differenti tipi di misurazione nasce dal voler indagare sia l’atteggiamento che volontariamente i soggetti vogliono mostrare, infatti attraverso la misurazione esplicita il soggetto può volontariamente controllare le risposte, le quali potrebbero essere date per soddisfare un’esigenza di desiderabilità sociale o per di mantenere una rappresentazione positiva dell’immagine di se stessi, sia l’atteggiamento vero e proprio, infatti attraverso una misurazione implicita non è possibili controllare le risposte (poiché le domande sull’oggetto in esame non sono poste direttamente) ed è cosi possibile misurare ciò che i soggetti pensano veramente. Lo strumento per la misurazione esplicita è “La categorizzazione attraverso domande dirette d’immagini/stimolo riferibili ai sopra detti oggetti d’esame”, mentre lo strumento per la misurazione implicita è “Il differenziale semantico”. Dal confronto dei vari atteggiamenti dei soggetti e dal confronto incrociato con gli atteggiamenti espliciti e impliciti potremmo ottenere differenti profili. Come già detto, il profilo auspicato è quello dove emerge una differenza significativa tra le persone disabili non lavoratrici, le persone normodotate non lavoratrici e le persone normodotate lavoratrici senza esperienza con disabili, da un lato, e le persone disabili lavoratrici e le persone normodotate lavoratrici con esperienza con disabili dall’altro (la tabella allegata chiarisce il rapporto tra le variabili). Il primo gruppo elencato mostrerà un atteggiamento caratterizzato dal pregiudizio, per contro, il secondo gruppo non mostrerà nessun pregiudizio. Tale profilo auspicato sarebbe indice del positivo contributo dell’inserimento lavorativo delle persone disabili, poiché porterebbe ad un cambiamento del pregiudizio e contribuirebbe a generare salute.