Prosocialità

IL NATIVO DIGITALE come L’ENFANT SAUVAGE : Riflessioni di un partecipante

Quali sono i fondamentali della vita di relazione che oggi vanno recuperati? Quali esperienze fisiche, motorie, cognitive e sociali impediscono ad un bambino di oggi di essere socialmente competente? L’emergenza educativa dirompente ci descrive un bambino che cresce limitato negli spazi e nei tempi: rispetto al passato, passa molto più tempo in spazi chiusi e le sue giornate risultano organizzate anche nel tempo libero secondo un calendario di attività altamente strutturato per lo più dall’adulto, di contro alla possibilità di negoziare al momento le proprie attività in un contesto di condivisione e socializzazione. Manca “il tempo dell’ozio”, mancano gli spazi all’aria aperta, e le occasioni per stare con gli altri e condividere strumenti semplici di gioco, ma capaci di stimolare la creatività. Oggi il bambino è spesso solo, gioca in solitudine davanti al computer o utilizzando giochi-giocattolo (prodotti industriali preconfezionati e predefiniti nell’uso e nelle funzioni).

La nostra riflessione è partita da qui, dal tentativo di descrivere in cosa è cambiato il modo di vivere di un bambino oggi rispetto a ieri. Il confronto non aveva il senso di voler screditare i tempi odierni auspicando un recupero degli usi e dei costumi dei nostri genitori; ma il renderci consapevoli delle differenze ha significato accorgerci dei cambiamenti che queste differenze hanno determinato nello sviluppo e nell’apprendimento, parallelamente al cambiamento dei tempi e delle abitudini. Cambiamenti nello sviluppo psicofisico e motorio, perché un bambino che passa diverso tempo al chiuso va incontro a deficit del sistema motorio (grosso e fine motorio). La motricità fine in particolare risulta deficitaria: non è più la mano ad essere usata per conoscere attraverso il tatto, la percezione è focalizzata sul pollice. Ne deriva un deficit degli schemi motori e il rischio di microlesioni motorie.

Cambiamenti sul piano cognitivo, poiché il bambino di oggi non conosce il pensiero deduttivo e induttivo, pur essendo maggiormente intuitivo del passato per via di una crescente capacità di riorganizzare velocemente gli stimoli disponibili elaborando strategie risolutive in diverse situazioni. Quello che risulta potenziato è il pensiero lineare, causale, mentre ad essersi impoverito fino a scomparire è quello che L.Strauss definiva pensiero bricolage (capace di servirsi di quello che ha a disposizione per creare ciò che serve). Ma da un punto di vista cognitivo si registra anche un crescente deficit di attenzione, concentrazione e l’inabilità all’autocontrollo.

Cambiamenti nel processo di apprendimento: oggi più rapido e veloce, ma esito di un processo Stimolo-Risposta tipico di un contesto strutturato dove la risposta giusta o quella sbagliata risultano veicolate a priori. Questo apprendimento ha poco a che fare con la creatività.

Infine cambiamenti nella vita di relazione, dal momento che il bambino di oggi sta con gli altri solo in contesti strutturati (come le ludoteche, dove il suo divertimento appare condizionato e regolato dalla presenza di un animatore) e molto ridotte risultano le occasioni per stare con i coetanei.

Questo scenario ci ha condotto a descrivere e definire quello che viene chiamato “bambino nativo digitale”: nato in questa cultura e ignaro di un’alternativa (la cultura precedente). Quest’ultima propria degli adulti che lo circondano (gli “immigrati digitali”), che fanno fatica a comprenderlo. Siamo disarmati e ci sentiamo impotenti nel gestire l’educazione di chi appare così diverso. Spesso si assiste ad una rinuncia educativa, sulla scia di un considerare inutile ogni sforzo pedagogico nei confronti di chi ci appare (e diagnostichiamo) iperattivo, bullo, violento, in difficoltà nell’interazione e incapace di autocontrollo (emotivo e comportamentale). Ma definire qualcuno secondo un’etichetta diagnostica che si rivolge al comportamento come fosse un sintomo, non dice nulla di esplicativo, non è verificabile, perché quel sintomo è puramente descrittivo, e non toglie né aggiunge alcunché alla nostra diagnosi medica.

E’ quanto abbiamo visto succedere al protagonista del film “L’enfant souvage”di F. Truffaut! Cresciuto nella foresta per 12 anni della sua vita, Victor appariva alla comunità cosiddetta civile, come un bambino “diverso” dagli altri, da quelli normali, una specie di animale: non riconosceva il suono della voce umana e non vi reagiva. Avendo vissuto condizioni di vita diverse, egli non aveva appreso il comportamento umano! Fu questa l’intuizione del suo educatore, mentre lo scienziato Pinel pensò subito di diagnosticarlo come “idiota”, in quanto incapace di rispondere agli stimoli ed alle sollecitazioni proposte. Victor però non era idiota, egli semplicemente aveva appreso altre cose: è questo l’atteggiamento che dovremmo avere nei confronti di un bambino nativo digitale. Egli ha appreso altre cose e in un contesto sociale disarmato e reso impotente dal suo comportamento, è improduttivo pre-occuparsi di intervenire sui comportamenti problematici; più utile sarebbe focalizzare l’attenzione sulle relazioni interpersonali che nutrono culturalmente quei comportamenti disfunzionali e che, nel dout des dello sviluppo, impediscono di elaborare e sperimentare un’alternativa. Intervenire sulle relazioni permette di modificare i comportamenti. Bisogna educare prima la saggezza e poi l’intelligenza, perché porsi come obiettivo la produttività o il rendimento (in un contesto scolastico) senza curare le relazioni e promuovere la costruzione di valori morali evoluti, rende incapaci di gestire l’intelligenza stessa. Vanno lasciate al bambino le sue competenze “digitali”, patrimonio che lo rende figlio del suo tempo e di questa cultura, ma bisogna completare la sua educazione insegnandogli la capacità umana di stare con gli altri: il rispetto dell’altro, la collaborazione, l’ascolto…In questo processo ad essere chiamato in causa è tutto il sistema sociale che ruota intorno al bambino, perché muovere meccanismi prosociali  (di solidarietà, collaborazione, rispetto, empatia) è un training di educazione che coinvolge l’educatore innanzitutto, il quale diviene modello educativo capace di agire sul contesto di vita del bambino. Ancor prima di ideare progetti formativi, che inesorabilmente delegano ad altri la responsabilità e l’azione educativa, si tratta di perseguire obiettivi all’interno delle situazioni quotidiane che si vivono: la prosocialità si fa nell’esperienza, adattandosi al qui ed ora del vivere. In questo senso l’educazione prosociale risulta trasversale a tutte le materie scolastiche.

Nel corso delle giornate di formazione, una volta individuati i fondamentali della vita di relazione (ascolto, interazione positiva, empatia, senso di coesione, solidarietà, sviluppo psico-motorio) nei gruppi di lavoro ci si è interrogati su più livelli, cercando di evidenziare quali caratteristiche può avere un percorso educativo che stimoli l’ascolto di qualità; quali possono essere le linee guida di un’educazione prosociale nella scuola superiore; si è inoltre lavorato alla progettazione e strutturazione di percorsi educativi prosociali funzionali ad interventi mirati (come la prevenzione e risoluzione dei conflitti), mentre nel gruppo di apprendimento preposto alla conoscenza e valutazione dei sussidi didattici, ci si è letteralmente “messi alla prova” e attraverso il giocare sono emersi il senso ed i contenuti di un training di abilità prosociali.

In definitiva appare chiaro che c’è bisogno di punti fermi intorno ai quali sia possibile far muovere ogni intervento orientato al bene comune ed il presupposto di questo apprendimento, è un percorso esistenziale. Il suo intento sarà quello di favorire la ripetizione (e quindi l’acquisizione di processi di memoria) di una prassi incentrata sulla possibilità di far sperimentare al bambino sensazioni e sentimenti di soddisfazione e benessere che aumentino l’emissione di comportamenti prosociali e riducano aggressività e passività. Per far questo però è bene sottolineare il doversi collocare in una logica di “comprensione” e non di “spiegazione”, perché comprendere presuppone il personale coinvolgimento, il sentirsi parte e variabile implicata nel processo di cambiamento; lì dove l’intento esplicativo ci pone invece come meri osservatori esterni, giudici mai colpevoli di quanto appare e succede.

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