Prosocialità

Un programma di educazione alla prosocialità nella scuola primaria Parte I

UN PROGRAMMA DI EDUCAZIONE ALLA PROSOCIALITA’ NELLA SCUOLA ELEMENTARE.*

PARTE PRIMA: PROSOCIALITA’, L’INQUADRAMENTO TEORICO.

Molto si è parlato e si parla (Bar-Tal, Eisenberg-Berg, Roche, Staub ecc..) di prosocialità, ma ci sembra sia necessario soffermarci brevemente su alcuni aspetti teorici per inquadrare meglio questo tema ed offrire al lettore qualche coordinata che lo aiuti ad orientarsi tra le molteplici produzioni ed i diversi approcci**. I vari studiosi, infatti, prendendo le mosse da punti di vista diversificati, giungono a definire come prosocialità fenomeni anche molto diversi tra loro.
Il comportamento prosociale è un fenomeno complesso, che contiene in sé una costellazione di numerose abilità, cognizioni ed emozioni. Diverse e non sempre univoche sono state nel tempo le definizioni di comportamento prosociale. Tra i maggiori studiosi dell’argomento troviamo Mussen e Eisenberg- Berg (1985). Essi ritengono che :<< il comportamento prosociale riguarda azioni dirette ad aiutare o beneficiare un’altra persona o un gruppo di persone, senza aspettarsi ricompense esterne>>. Roche (1995) propone una descrizione del comportamento prosociale, che analizza gli effetti dello stesso, ma pone anche la questione del rispetto dell’autonomia sia di colui che agisce sia del beneficiario dell’aiuto. Infatti, egli afferma che prosociali sono:<<quei comportamenti che, senza la ricerca di ricompense esterne, favoriscono altre persone, gruppi o fini sociali e aumentano la probabilità di generare una reciprocità positiva, di qualità, solidale nelle relazioni interpersonali o sociali conseguenti, salvaguardando l’identità, la creatività e le iniziative degli individui o gruppi implicati, sia che essi offrano o ricevano aiuto>>. Ad un’analisi approfondita della definizione si osservano, in realtà, diverse componenti del comportamento che riguardano la persona che agisce ed il destinatario dell’azione. Per l’emittente abbiamo da una parte il riconoscimento dell’autonomia, che acquista anche il significato di assunzione di responsabilità e del rischio insito nell’azione e dall’altra il pensare e l’agire vagliando accuratamente i bisogni dell’altro, pianificando l’azione, non basandosi soltanto sulle proprie capacità e disponibilità del momento. Roche fa poi riferimento all’aumento della probabilità di reprocità positiva, che ad un’analisi superficiale, potrebbe apparire in contraddizione con l’elemento fondamentale della prosocialità, vale a dire l’assenza della ricerca di qualsiasi ricompensa esterna. Questo aspetto pone in risalto uno dei problemi su cui da anni si riflette e si fa ricerca: lo studio delle motivazioni del comportamento prosociale. Anche a noi appare impossibile, negare l’effetto di un rinforzo sociale all’azione prosociale. Se l’azione prosociale fosse perennemente frustrante, cioè priva di rinforzo, diverrebbe difficile spiegare concettualmente l’osservazione piuttosto frequente di un aumento della probabilità di risposta ugualmente positiva e prosociale da parte degli altri in un processo di feedback. Anche il riferimento di Roche alla “reprocità positiva” è orientato in questa direzione. Se così non fosse, sarebbe, poi, ugualmente difficile spiegare il mantenimento del comportamento da parte di colui che agisce. Appare più preciso aggiungere nella definizione di Roche di comportamento prosociale: <<[… ] senza la ricerca consapevole di ricompense esterne>>. Consapevole, nel senso che, pur escludendo la ricerca di una ricompensa esterna, l’azione prosociale è da noi definita come intrinsecamente rinforzante. A sostegno della presenza di un rinforzo intrinseco alla base dell’azione prosociale, ci sono anche delle interessanti ricerche (in De Beni,1998) che hanno osservato un aumento delle emozioni di distensione, calma, euforia in coloro che si occupano di volontariato, quindi che si dedicano agli altri. Queste emozioni risultano poi correlate con aumento delle endorfine che, com’è noto, sono dei neuromediatori, con una funzione di analgesici naturali prodotti dall’ipofisi, che inducono a loro volta a livello neurofisiologico e muscolare stati di benessere e distensione, con ovvi effetti positivi sia sulla salute sia sulla psiche. In linea con le osservazioni scientifiche finora presentate, riteniamo importante educare alla prosocialità fin dall’infanzia, mediante programmi ed azioni sistematiche (che prevedano anche adeguati programmi di rinforzo), organizzate ed orientate per obiettivi, che puntino allo sviluppo di un maturo comportamento prosociale basato su rinforzi intrinseci.
Un’altra definizione che ci sembra ben rappresentare la complessità del fenomeno in oggetto è quella di Salfi e Barbara (1990-1991): <<[…] ogni e qualsiasi azione messa in atto a proprie spese da un individuo o gruppo, tesa a realizzare o a migliorare il benessere di un’altra persona o di un gruppo di persone e/o a ridurre lo stato di sofferenza, in assenza di pressioni esterne quali la promessa di una ricompensa o la minaccia di una punizione ed in un contesto in cui l’emittente non stia adempiendo ad obblighi di ruolo>>.
Per una adeguata comprensione della prosocialità è necessario distinguerla da altri comportamenti che pure ne fanno parte, ma che da soli non sono sufficienti a descrivere l’azione prosociale ed a comprenderne le motivazioni. Uno tra questi è l’altruismo, che alcuni autori tendono ad usare come sinonimo di prosocialità. L’unificare concettualmente tali comportamenti appare limitante la complessità del comportamento prosociale, che implica una serie di altre abilità, dalla cui interrelazione si genera l’azione. Molti autori hanno poi sottolineato la necessità di distinguere la prosocialità dal giudizio morale, che si è rivelato una condizione importante, ma non sufficiente a determinare il passaggio all’azione. E’ noto, infatti, che molte persone pur possedendo un elevato giudizio morale, non sempre passano all’azione conseguente. Frequentemente vi è confusione tra prosocialità e concettualizzazioni mistiche (Venturini, 1997) e religiose, da cui bisogna necessariamente sgombrare il campo, in quanto lontane concettualmente e per definizione dalla complessità del fenomeno. Sicuramente nello studio dei comportamenti prosociali si fa riferimento a contenuti che evocano temi che potrebbero afferire all’etica e alla religione, ma ad un’analisi più accurata appare evidente il riferirsi a comportamenti e valori che travalicano ogni possibile tentativo di etichettamento o di appartenenza culturale e/o religiosa. L’essere “prosociale” significa, a nostro parere, possedere una serie di abilità sociali e personali complesse, quali: comunicazione, autocontrollo, empatia, buona stima di sé, affermatività, problem solving ecc.., che permettono alla persona di “vivere bene con sé e con gli altri”. Abilità, quindi, estremamente funzionali al vivere sociale, essendo armonizzatrici dei rapporti umani, al di là delle appartenze etniche o religiose. Ci è sembrato interessante, a questo punto, poter ipotizzare una “terza via” nello studio del fenomeno prosociale. A tal fine, proponiamo di utilizzare nello studio e nella ricerca la stessa distinzione in livelli o piani, già teorizzata da Roche (2000) (per identificare, però, nel suo caso i diversi modi di vivere la religiosità): un livello verticale, che focalizza la sua attenzione sullo studio delle ragioni di ordine morale, etico, religioso, filosofico o mistico ed uno orizzontale che si focalizza sullo studio delle abilità, cognitive, comportamentali ed emotive.

I PRINCIPALI FILONI DI RICERCA

A partire dagli anni sessanta si osserva un notevole interesse degli studiosi per la ricerca sul comportamento prosociale. Nelle successive pagine si è voluto sintetizzare quelli che, dall’analisi della letteratura, sono apparsi i temi principali della ricerca.
Infinita appare la diatriba tra genetisti e ambientalisti, che si esplicita nel gran numero di studi, in genere etologici, in cui sulla base dell’osservazione di alcuni comportamenti animali, vi sono delle generalizzazioni al genere umano. Le più note teorizzazioni sono quelle di Lorenz e Eibl suo discepolo, che descrivevano l’uomo come istintivamente determinato sia all’aggressività che all’altruismo, in quanto entrambi ereditati filogeneticamente (in De Beni M., 1998). Lo studio che ha suscitato più polemiche è stato quello di Wilson (in Mussen ed Eisenberg-Berg, 1985). Egli partendo da una puntuale osservazione del comportamento animale, teorizzò che l’altruismo fosse funzionale alla selezione della stirpe, in quanto il sacrificio del singolo, può favorire la sopravvivenza del gruppo e perciò geneticamente determinato. Ipotizzò, quindi, che questa funzione potesse essere ugualmente estesa al genere umano, portando ad esempio le usanze di alcune popolazioni in cui i vecchi si sacrificano a favore del gruppo familiare allargato. La teoria sociobiologica giunge alla conclusione, sulla base di queste deduzioni, che anche il comportamento umano sia geneticamente determinato. A tutt’oggi, però, le teorizzazioni biologiche debbono ancora basarsi soltanto sulla generalizzazione di osservazioni etologiche, in quanto non sono ancora stati identificati dei geni specifici del comportamento altruistico. Sicuramente, è innegabile una base biologica nel comportamento umano, ma non dimentichiamo che il cervello umano è estremamente plastico ed adattabile, quindi fortemente influenzato dall’ambiente. D’altronde la stessa base biologica ha dotato l’uomo di una notevole capacità non solo di apprendere, ma di learing to learn (imparare ad apprendere). Il porre l’accento esclusivamente alla componente biologica del comportamento umano, introduce poi un altro problema già rilevato da altri studiosi. La conseguenza ovvia di tale impostazione è l’immodificabilità del comportamento stesso, se non con le stesse strumentazioni di tipo biologico o genetico, vanificando ogni progettazione educativa o altri interventi di tipo psicosociale. Si insinua, in tal modo, chiaramente l’utilizzazione del modello medico di spiegazione dei fenomeni comportamentali, che si è dimostrata essere tautologica e completamente svuotata di significato. Altre conseguenze di non minore importanza sono il relativo etichettamento che ne deriverebbe per quei soggetti in cui si riscontrano problemi comportamentali.
Un altro filone di studi, che si potrebbe inquadrare più sul versante ambientalista, è quello transculturale, in cui attraverso la comparazione tra culture, si vuole valutare l’influenza della stessa sul comportamento delle persone. Un limite degli stessi, rilevato da Mussen ed Eisenberg-Berg (1985), è non aver approfondito le modalità di socializzazione utilizzate all’interno della singola cultura posta in esame, che possano spiegare l’apprendimento di quei comportamenti. Inoltre, essi osservano che la maggior parte delle ricerche è stata condotta da ricercatori occidentali. L’analisi di diversi studi li ha indotti poi alla conclusione che vi siano notevoli prove che la cultura di riferimento rappresenta un elemento importante nel << formare…, i valori e le reazioni del bambino, inclusi la comprensione delle necessità degli altri, la generosità, il rendersi utile ed il senso di responsabilità sociale >> (Mussen ed Eisenberg-Berg, 1985, p.66). Autori quali Bronfendrenner, i Whithing e Spiro, avendo maggiormente studiato le modalità di socializzazione all’interno delle culture prese in esame, hanno permesso di individuare alcune caratteristiche che sembrano influenzare lo sviluppo di comportamenti altamente prosociali (in Mussen ed Eisenberg-Berg, 1985, p.65 ): 1. pressione da parte degli agenti della socializzazione (famiglia, scuola ecc..) sulla sollecitudine verso gli altri, sulla capacità di dividere e sull’orientamento verso il gruppo; 2. organizzazione sociale semplice o un’ambientazione tradizionale, rurale; 3. assegnazione alle donne di importanti funzioni economiche; 4. membri di ampie famiglie che vivono insieme; 5. precoce assegnazione di compiti e di responsabilità ai bambini.

**Gli autori ringraziano per il loro fondamentale contributo il Gruppo di ricerca I.S.A.C. (Istituto di scienze dell’apprendimento e del Comportamento) di Taranto: Giuseppina Barbara, Maria Guzzi, Elisabetta Trisolini.

BIBLIOGRAFIA
Bar-Tal D.(1976),Prosocial Behavior: Theory and research. Wiley, New York.
Batson D. C., Oleson K. et al. (1989) , ” Religious prosocial motivation: is it altruistic or egoistic?. Journal of Personality and Social Psychology, vol.57, 873-884.
De Beni M.(1998), Prosocialità ed altruismo. Guida all’educazione socioaffettiva. Erickson, Trento.
Mussen P., Eisenber-Berg N. (1985), Le origini della capacità di interessarsi, dividere ed aiutare. Bulzoni, Roma.
Roche R. (1991), Algunos conceptos teoricos sobre la prosocialidad en la educatcion. Manoscritto non pubblicato.
Roche R.(1995), Psicologia y education para la prosocialidad., 1° ed. Col. Ciencia y Tecnica. Università Autonoma di Barcellona.
Roche R.(2000), Religione e prosocialità, http://it.group.com/group/Prosocialita/.
Roche R., Garcia A., Martinez M. (1988), La prosocialidad y Catalunya . Experiencia civica en el campo educativo, sociale e culturale. <<Premio Serra Moret>>, 23 aprile.
Salfi D., Barbara G. (1990), “La prosocialità: una proposta curriculare. Parte prima: Il comportamento prosociale e la sua valutazione”, Psicologia e Scuola, 51.
Salfi D., Barbara G. (1990-91) “La prosocialità: una proposta curriculare. Parte seconda: la prospettiva teorica”. Psicologia e Scuola, 52.
Staub E. (1979), “Positive social behavior and morality: Socialization and develompment”.Vol.2, Accademic Press, New York.
Venturini R. ” Un approccio interculturale alla prosocialità e all’altruismo”. Atti del convegno: “Abilità prosociali e prevenzione del rischio”. Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 13 ottobre, 1997.

*Già Pubblicato nel 2003 da Giunti Editore, Firenze, in Psicologia e Scuola, n°116, pp.60-64. Pubblicato on line con la gentile autorizzazione dell’editore.
DONATO SALFI – Responsabile U.O. SISL AUSL TA/1 e FIORELLA MONTEDURO – Psicoterapeuta

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