Prosocialità

Educare al “Positivo”

EDUCARE AL “POSITIVO”.

FIORELLA MONTEDURO – PSICOTERAPEUTA


La ricerca nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva ha ormai da tempo individuato nel concetto di sé dei bambini uno dei fattori essenziali per un armonico sviluppo psicologico.
Determinante per l’acquisizione di una buona autostima sono le modalità d’interazione tra bambino e genitori. Rispondere ai bisogni di accettazione, sostegno, riconoscimento e conferma della persona del bambino, sono il primo tassello del complesso processo di costruzione della stima di sé.
Uno dei modi in cui si realizza questo processo di riconoscimento è dare ascolto ed attenzione. Come è anche rilevante usare spesso il sorriso nell’interazione con il bambino, fin dai primi giorni di vita ed essere sicuri e rilassati nell’accudirlo. Questa modalità d’interazione trasmette positività e sicurezza.
Il genitore essendo un modello per il bambino, innesca in quest’ultimo un processo di apprendimento di questa stessa modalità d’interazione.
Nella letteratura scientifica (Purkey W.W., 1970) troviamo numerose ricerche in cui si indica la relazione stretta tra apprendimento e concetto di sé. In particolare, Wattenberg e Clifford (1962) hanno osservato che, il concetto di sé dei bambini era un predittore migliore del quoziente intellettivo, nel predire il futuro successo scolastico. Infatti, a parità di quoziente intellettivo i bambini con bassa autostima imparavano a leggere con maggiore difficoltà o non imparavano affatto, ma comunque le loro abilità di lettura risultavano inferiori a quelle dei bambini con buon livello di autostima.
Gli stessi insegnanti possono avere un’influenza nello sviluppo del concetto di sé dei propri allievi. A tal proposito sono state studiate da Amacheck (1971), le caratteristiche di questo tipo di docenti. In questa ricerca è risultato che gli insegnanti definiti efficaci:
a. Tendevano, in generale, ad avere una visione positiva degli altri: allievi, colleghi, amministratori ecc..;
b. Consideravano positivamente i comportamenti democratici della classe;
c. Avevano la capacità di assumere il punto di vista dell’altro;
d. Vedevano gli allievi non come persone che devono fare delle cose, ma come persone in grado di fare da sole, una volta che si sentano fiduciosi, rispettati, valorizzati.
In ambito psicologico ed educativo è noto che la modalità relazionale, che innesca maggiormente risultati positivi nell’apprendimento di nuove abilità, è credere e confidare nella capacità della persona o del bambino di realizzarle.
La valutazione positiva di azioni e comportamenti da parte dei genitori ed educatori diviene fondamentale per la costruzione di una buona immagine di sé.
Gli adulti possono influenzare il concetto di sé dei figli, in quanto essi sono lo specchio in cui il piccolo si riflette e rappresentano il riferimento fondamentale di tutto il suo mondo.
Accade spesso che il riconoscere ed attribuire al bambino soltanto comportamenti negativi ( <<sei un fannullone…, non ne fai una giusta…, sei sempre il solito…>>), produce una reazione da parte sua di adeguamento a questa perenne immagine negativa, che diviene “cronicizzata”.
Sarebbe, quindi, importante, quando necessario, focalizzarsi nel sottolineare il comportamento sbagliato del bambino, non la sua persona nella sua totalità. Nel senso che è più funzionale usare l’espressione: << hai fatto una cosa stupida>> (anche se personalmente propenderei a non utilizzare il termine “stupida”, ma << sbagliata>>. Quindi eviterei l’uso di termini potenzialmente offensivi), piuttosto che <<sei uno stupido>>. Ad un’analisi superficiale questo potrebbe apparire una sottigliezza linguistica, ma il significato trasmesso attraverso le due espressioni è ben diverso. Se nella prima espressione ci focalizziamo sul comportamento, sull’azione messa in atto, che in quanto tale più essere reversibile, nella seconda espressione stiamo etichettando la persona, attribuendogli se vogliamo una “qualità” o caratteristica che può essere definiva e difficilmente modificabile: “sei stupido”, quindi, “farai soltanto cose stupide”.
Per quanto prima detto, dovrebbe essere posta maggiore attenzione al linguaggio che utilizziamo nei confronti dei nostri figli, allievi, educandi.
Quando nel rapporto educativo si sottolinea con maggiore frequenza il positivo e meno il negativo, migliora il rapporto con il bambino e si contribuisce allo sviluppo di un migliore concetto di sé.
Le modalità in cui ci relazioniamo divengono molto rilevanti, soprattutto con quei bambini, che manifestano problemi comportamentali. Questi ultimi più di altri tendono ad incorrere più facilmente nei rimproveri e conseguentemente tendono a sviluppare una immagine di sé negativa: “la peste”, “il cattivo”.
In queste situazioni i bambini, inconsapevolmente, tendono a confermare le aspettative negative nutrite dagli adulti nei loro confronti e ad adeguarsi all’immagine che gli viene rimandata di “cattivo”.
Diverse ricerche hanno osservato che la punizione se da una parte indica quello che non deve essere fatto, dall’altra non insegna al bambino il comportamento alternativo da mettere in atto. Questo dato deve far riflettere in quanto, spesso, ci troviamo di fronte a bambini che, per vari motivi, non hanno mai avuto l’opportunità d’imparare comportamenti più funzionali ed adeguati di quelli che mettono in atto. Si è poi osservato che la punizione non solo non blocca i comportamenti negativi, ma talvolta ne aumenta la frequenza.
Diviene, quindi, necessario passare ad aumentare l’attenzione positiva nei confronti del bambino, sottolineando, sinceramente, i comportamenti adeguati.

BIBLIOGRAFIA self-concept to beginning achievment in reading”. In: Canfield J. e Wells H. C.. Psicologia e Scuola, n°66, p.60. Giunti, Firenze.

Amacheck D. E. (1971),“Encounter with the self”. In: Canfield J. e Wells H. C.. Psicologia e Scuola, n°66, p.63. Giunti, Firenze.
Canfield J. e Wells H. C. (1993),“Come migliorare il concetto di sè nell’allievo”. Psicologia e Scuola, n°66, 67. Giunti, Firenze.
Di Petro M. (1992), L’educazione razionale-emotiva, , Erickson, Trento.
Purkey W.W. (1970), Self concept school achievement. In: Canfield J. e Wells H. C.. Psicologia e Scuola, n°66, p.63. Giunti,Firenze.
Salfi D. e Monteduro F. (2003-2004),Un programma di educazione prosociale per la scuola elementare”. Psicologia e Scuola, n°116, 117,118 ,119 ,120 . GiuntI, Firenze.
Wattemberg W. W. e Clifford C. (1962),“ Relationship of

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